Basilicata: le cifre del petrolio e le cose da rinegoziare

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Il tema de petrolio colpisce a fondo la sensibilità dei lucani, ed ovviamente è normale che sia così, stante il livello predatorio (non ci sono altri modo per definirlo) con cui l’attività estrattiva è stata sinora condotta, di fatto trattando la Basilicata addirittura peggio rispetto a Paesi africani, che riescono quantomeno, se non a imporre vincoli ambientali alle compagnie, almeno a prelevare royalties di livello più consistente (si parla di almeno il 70% sul valore di mercato dell’emunto per Stati che, dal punto di vista geopolitico, contano davvero poco, come la Guinea Equatoriale; Paesi dove la redditività degli investimenti estrattivi è bassa, come la Danimarca, riescono comunque a spuntare royalties pari al 50%, a fronte del 10% in Italia).

I danni prodotti sulle falde acquifere, le emissioni e l’abbandono di rifiuti pericolosi da parte del Centro Olii di Viggiano, le preoccupanti punte di patologia tumorale nelle popolazioni residenti in prossimità delle aree estrattive sono problemi evidenti, che compromettono la stessa sopravvivenza di una collettività. Tuttavia, credo che occorra partire da dati di realismo, e non da progetti utopistici. L’attività estrattiva in Basilicata durerà ancora a lungo. Intanto perché si tratta di un interesse strategico del Paese: la Basilicata consente di coprire il 10% circa del fabbisogno energetico italiano, riducendone la dipendenza da importazioni che si pagano anche in termini di posizionamento geopolitico del Paese, e non solo finanziario. In attesa di uno switch out dall’utilizzo dei combustibili fossili, che richiederebbe un investimento gigantesco per la ristrutturazione di interi comparti produttivi. Basti pensare che la Commissione Europea stima che sarà possibile abbandonare completamente i combustibili fossili per i veicoli non prima del 2050. La stima che gira sul risparmio nella bolletta energetica nazionale derivante dalle estrazioni nel territorio italiano è di circa 3-4 miliardi all’anno.

E poi, francamente, l’attività estrattiva è vitale anche per la sopravvivenza del tessuto amministrativo regionale. Nelle casse della Regione Basilicata, in base alle previsioni,, nel corso del 2018 dovrebbe essere stata versata la somma di 76 milioni di euro, contro i 41,8 milioni di euro del 2017. I Comuni dell’area estrattiva vedrebbero le loro royalties arrivare a circa 12,2 milioni di euro, contro i 7,3 milioni di euro del 2017. Lievita anche il Fondo sviluppo economico e social card, che va direttamente nelle casse dello Stato, ma poi ritorna alla Basilicata, ad esempio per i progetti di reddito di cittadinanza, in una percentuale che supera l’80 per cento. Dai circa 19 milioni incassati nel 2017, secondo le stime, perché i fondi non sono stati ancora ripartiti tra le diverse regioni italiane interessate dalla estrazione di idrocarburi liquidi e gassosi, si passerà a un importo minimo di 22 milioni di euro.

Secondo altre previsioni, riportate dal Sole 24 Ore, nel 2018 arriverebbero 68 milioni, che però sarebbero 144 nel 2019 e ben 242 nel 2020. Dal 2000 ad oggi, al netto di compensazioni minori, in regione sono arrivati circa 2,6 miliardi di euro. Le previsioni, più prudenti, che fa la Regione in sede di bilancio previsionale parlano di circa 88 Meuro nel 2018, 95 nel 2019 e 99 nel 2020, oltre agli introiti della social card, pari a circa 77 milioni. Il tutto senza contare l’afflusso di risorse ai Comuni estrattivi.

Gli effetti di un taglio alle royalties si sono visti durante la lunga fase di chiusura del Centro Olii, legata all’indagine della magistratura: bilancio regionale che non è stato chiuso in pareggio, non ottenendo la parifica dalla Corte dei Conti, e servizi gravemente tagliati alla cittadinanza. E’ evidente che c’è un bilancio regionale con le royalties, ed un altro, ben più magro e problematico da chiudere, anche in termini contabili, senza le royalties. Che servono per coprire spesa corrente nei trasporti pubblici locali, nella sanità, nella spesa sociale di contrasto alla povertà, nel diritto allo studio. Si stima che nel solo periodo 2014-2017 la Regione abbia perso circa 210 milioni di euro di trasferimenti statali per partite di rilevanza strategica per la popolazione.

Il problema vero non è quindi quello di sperare, o vagheggiare, la fine del petrolio in Basilicata. Piuttosto, il punto di fondo consiste nel rendere l’attività estrattiva compatibile, da un lato, con  il più rigoroso rispetto delle norme ambientali e di salute umana, e dall’altro con un progetto di sviluppo regionale che guardi oltre il petrolio, considerando che l’industria estrattiva, verticalmente integrata, non porta ad uno sviluppo economico ed occupazionale diffusivo. In questi termini, ciò che occorrerebbe fare sarebbe dotarsi di un team consulenziale di alto livello, con competenze specifiche nell’industria petrolifera ed in tutti i suoi risvolti, che rinegozi gli accordi con le compagnie anche ex novo, usando il ricatto del blocco dei nuovi permessi di ricerca richiesti e del rinnovo dei quelli in scadenza . Gli accordi dovrebbero riguardare:

  • La più rigorosa adozione delle BAT (best available techniques) per l’attività di prospezione, estrazione, trasporto e preraffinazione del greggio, condotte sulle base di rigorose analisi geologiche e delle falde acquifere, nonché una più pronta aggiornabilità dei dati del registro regionale tumori, oggi fermi al 2014. La partita ambientale dell’accordo dovrebbe essere implementata con l’ausilio di accademici e tecnici della materia, preferibilmente provenienti da fuori regione e privi di qualsiasi legame con le compagnie estrattive. Tale task force dovrebbe dettare sia le specifiche tecnico-impiantistiche, sia controllare che dette specifiche siano rispettate;
  • Una revisione degli accordi con il governo fatti ai tempi di Pittella e Renzi, che renda effettiva la previsione, sinora teorica, di versamento dell’IRAP, da parte delle imprese estrattive, nelle casse della Regione;
  • Un progetto di sviluppo che guardi “oltre il petrolio”, e che sia composto da alcuni bracci operativi. Una quota degli incassi da petrolio, via via crescente a mano a mano che i processi di riordino della Regione portano a riduzioni nella spesa corrente, andrebbe destinata ad un fondo regionale “norvegese”, che capitalizzi tali risorse con una ottica di lungo periodo, lasciando un risparmio a favore delle nuove generazioni; un’altra quota andrebbe destinata ad un programma di sviluppo che non sia tarato esclusivamente sul bacino della Val d’Agri, e che recuperi un forte ruolo programmatico della Regione, senza rilevanti concessioni bottom-up ai comuni (che abbia cioè una filosofia di intervento radicalmente diversa dal vecchio, e fallimentare, PO Val d’Agri). Tale progetto dovrebbe investire su 4-5 driver fondamentali dello sviluppo dell’intera regione, andando a complementare i fondi strutturali già presenti (agroalimentare, turismo, cultura, energia ed ambiente, formazione e società della conoscenza).

R. Achilli

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