COVID: NATI-MORTALITÀ DELLE IMPRESE NEL 2020

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In questi mesi di emergenza la Regione Basilicata ha messo in campo diversi interventi a favore di imprese e cittadini, alcuni dei quali sono stati prorogati. Tra questi si segnala la proroga al 1° marzo 2021 del bando da 20 milioni che concede contributi a imprese e professionisti per far fronte alla TAR/TARIC 2020.

Con il nuovo anno è stato prorogato al 31 marzo 2021 anche il bando da 3 milioni di euro che finanzia le azioni formative delle imprese che aggiornano le competenze dei lavoratori.

Il 24 aprile 2020, invece, la Regione Basilicata ha presentato un pacchetto di misure a favore di imprese e famiglie. Tra gli interventi previsti, oltre a quelli per sostenere l’assistenza volontaria ai bisognosi, figura anche lo stanziamento di 1,5 milioni in più per il Fondo Social Card Covid 19. La misura sostiene le famiglie in difficoltà economica a causa dell’epidemia, attraverso l’erogazione di un contributo fino a 800 euro con cui acquistare generi di prima necessità. Più nello specifico le risorse sono gestite dai Comuni che potranno erogare buoni spesa alle persone in difficoltà, oppure distribuire direttamente i prodotti alle famiglie.

Per quanto riguarda le imprese, inoltre, la Regione Basilicata ha varato una misura che prevede il differimento dei termini per gli investimenti cofinanziati dalla Regione e la sospensione del pagamento delle rate dei finanziamenti agevolati concessi dal Micro Credito.

Queste misure, si sommano al “Fondo sostegno all’occupazione delle imprese cooperative” da 3,8 milioni di euro, stabilito con determina del 17 marzo. Grazie al Fondo le imprese cooperative possono ricevere finanziamenti fino a 350mila euro con cui – tra le altre cose – acquistare merci o nuovi macchinari, pagare utenze, pubblicità, polizze assicurative o formazione.

Fonte: https://www.fasi.biz/it/notizie/approfondimenti/21755-coronavirus-tutti-i-contributi-delle-regioni-per-famiglie-e-imprese.html#Basilicata

In consonanza con i predetti interventi legislativi volti a mitigare gli effetti drammatici che quest’anno pandemico ha generato, a posteriori (l’anno di riferimento è quello appena trascorso, il 2020) è possibile notare come la Campania, la Basilicata e la Calabria hanno fatto registrare tassi di iscrizioni nel registro delle imprese positivi e di gran lunga migliori se raffrontati con quelli del resto d’Italia.

 

Ind. 242 Tasso di iscrizione netto nel registro delle imprese (a) (b) (c)
Imprese iscritte meno imprese cessate sul totale delle imprese registrate nell’anno precedente (percentuale)
2018 2019 2020
Abruzzo 0,5 0,2 -0,2
Molise 1,2 0,5 0,1
Campania 1,3 1,0 1,1
Puglia 0,5 0,3 0,5
Basilicata 0,3 0,8 0,6
Calabria 0,4 0,1 0,6
nord -0,2 -0,5 -0,5
 Centro 0,5 0,3 -0,6
 Mezzogiorno 0,8 0,7 0,7
Italia 0,3 0,1 -0,1

 

 

Mentre l’eccesso di mortalità ancora non si vede dai dati dei registri camerali, è drammaticamente evidente il deficit di natalità. Nei primi nove mesi del 2020 sono nate circa 50mila imprese meno che nell’anno benchmark 2019. Secondo l’istituto Tagliacarne, la denatalità dovuta alla pandemia dovrebbe contare per circa 70mila imprese alla fine del 2020. Basandosi sulle evidenze dei primi tre trimestri dell’anno in corso e sulle suggestioni del Tagliacarne si è proceduto alla stima delle nuove imprese nate nel quarto trimestre prendendo come riferimento, per ogni settore, la media delle iscrizioni registrate nel secondo e terzo trimestre 2020, periodo contraddistinto dalle diverse misure di contrasto e contenimento dell’emergenza Covid-19 che hanno avuto e continuano ad avere effetti sull’attività delle imprese.

 

La confcommercio fornisce una stima più accurata:

 

Fonte: https://www.confcommercio.it/-/nota-stima-nati-mortalita-imprese-2020

 

La prima colonna riporta per memoria le imprese attive a inizio 2020. La seconda colonna riporta le chiusure attese per il 2020. La terza colonna riproduce il numero di imprese cessate dovuto alla pandemia. La quarta colonna indica le imprese che stimiamo risulteranno le nuove iscritte ai registri camerali per l’intero 2020 (la natalità del 2020). La quinta colonna è la stima della natalità in assenza della pandemia: essa è pari al tasso di natalità del 2019 applicato alle imprese attive all’inizio del 2020 (oppure, che è lo stesso, alla fine del 2019). La sesta colonna è il saldo di nati-mortalità atteso per il 2020 (cioè iscritte stimate meno cessate stimate). La somma tra questo saldo e lo stock di attive a inizio 2020 fornisce, nella settima colonna, la stima delle imprese realmente attive a inizio 2021 (o fine 2020). L’ottava colonna fornisce una stima del saldo di nati-mortalità dovuto esclusivamente alla pandemia: esso è pari alle imprese cessate a causa della pandemia più la differenza tra le imprese che sarebbero nate in assenza di pandemia e le iscritte effettivamente stimate per il totale 2020. Il tessuto produttivo dei settori considerati potrebbe ridursi nel corso del 2020 di circa 305mila imprese. Poco meno dell’80% della riduzione del tessuto produttivo è causato dalla pandemia: 225mila imprese si perdono per un eccesso di mortalità e 15mila per il deficit di natalità.

Lo stock si ridurrebbe, dunque, dell’11,3% per l’insieme del terziario di mercato e del commercio non alimentare. La scomparsa di tessuto produttivo risulterebbe accentuata tra i servizi di mercato, con una perdita di imprese pari al 13,8%, mentre sarebbe limitata all’8,3% nel commercio.

Nell’ambito del commercio non alimentare il tasso di mortalità passerebbe dal 6,6% all’11% circa e nei servizi di mercato triplicherebbe, passando dal 5,7% del 2019 al 17,3% del 2020.

L’impatto della pandemia sui lavoratori autonomi (diversi dalle imprese)

Si parta dal presupposto che tutte le imprese sono associate ad una partita IVA, ma non tutte le partite IVA sono organizzate in forma di impresa.

È difficile desumere con precisione il numero di partite IVA dalle fonti statistiche perché sotto il profilo occupazionale queste sarebbero identificabili, in prima battuta, con la posizione nella professione relativa ai lavoratori indipendenti o autonomi.

Il tema, tuttavia, si complica per due ragioni: in primo luogo, perché la posizione nella professione deve essere declinata secondo il profilo professionale, che può assumere, nel caso degli indipendenti/autonomi, la figura dell’imprenditore, del libero professionista, del lavoratore in proprio, del coadiuvante familiare, del socio di cooperativa o del collaboratore; in secondo luogo, per il fatto che, nell’ambito dei limiti della legislazione fiscale, anche lavoratori dipendenti di aziende private e pensionati possono aprire una partita IVA.

Si tratta, dunque, di figure che, a seconda degli adempimenti amministrativi, hanno l’obbligo di aprire una partita IVA, ma non necessariamente di iscriversi ai registri camerali, così come una frazione di liberi professionisti, variabile a seconda del settore di attività, può scegliere di organizzarsi in forma di impresa, che sia ditta individuale o società di persone o società di capitali e, in tal caso, soggetta all’iscrizione presso le CCIAA.

A loro volta i lavoratori in proprio che svolgono l’attività come imprenditori commerciali ai sensi dell’art. 2195 cod. civ., ossia attività industriali dirette alla produzione di beni e servizi, attività di intermediazione nella circolazione dei beni (il commercio vero e proprio) e attività di servizi (trasporti, logistica, alberghi, ristorazione e così via), devono iscriversi presso i registri camerali, figurando in tal modo come imprese nelle varie tipologie societarie, sebbene sotto il profilo delle statistiche sull’occupazione risultino ben distinti dagli imprenditori tout court.

Tenendo conto di tali caveat e, dunque, del sovrapporsi di definizioni a livello statistico, giuridico, amministrativo, fiscale etc., una stima per difetto derivante dai dati sull’occupazione della Contabilità Nazionale, porta a ritenere che il numero delle partite IVA corrisponda al totale degli occupati indipendenti, pari nel 2019, cioè nel periodo anteriore alla pandemia, a poco più di 6 milioni di soggetti. Di questi, quasi il 28% si colloca in un ambito libero-professionale nelle branche dei servizi di mercato relative alle attività professionali, scientifiche e tecniche, amministrazione e servizi di supporto e a quelle artistiche, di intrattenimento e divertimento, riparazione di beni per la casa e altri servizi.

Di dati appare che nei quattro settori corrispondenti a tali attività, il numero di imprese attive all’inizio del 2020 risulta appena inferiore a 690mila e si stima che quasi il 17% di queste, cioè poco più di 116mila, possa chiudere per l’eccesso di mortalità causato dalla pandemia, rispetto al dato fisiologico osservato in serie storica.

Questa valutazione, tuttavia, è riferibile soltanto a quei liberi professionisti che esercitano la propria attività in forma di impresa (e che quindi sono già conteggiati nei registri camerali e, quindi, appartenenti alle evidenze quantitative riportate nelle tabelle 1-2). A questa frazione, in quei citati comparti dei servizi, vanno aggiunti circa un milione di soggetti operanti senza alcun tipo di organizzazione societaria, vale a dire come soli titolari di partita IVA, per un terzo in forme non ordinistiche. Si tratta, cioè, di lavoratori che potrebbero manifestare un minor grado di resilienza alla pandemia, evidenziando una fragilità strutturale tale da tradursi in un eccesso di mortalità ben superiore al margine del 17% calcolato per i soggetti che svolgono le proprie attività in forma imprenditoriale. Se il tasso di chiusura fosse del 20% alle perdite di imprese dovrebbe sommarsi la chiusura dell’attività di circa 200mila professionisti tra ordinistici e non ordinistici.

fonte: https://www.confcommercio.it/-/nota-stima-nati-mortalita-imprese-2020

 

 

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