FORMAZIONE PROFESSIONALE. UN CASO DI STUDIO

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Non c’è niente di più empirico delle politiche attive del lavoro, che non si attivano all’interno di un quadro teorico generale, come invece la generalità delle altre politiche economiche e sociali, e che invece dipendono dal maggiore o minore successo di sperimentazioni sul campo. Il cui scopo, peraltro, è relativamente limitato. Contrariamente a quanto teorizza il modello “supply side”, sostanzialmente neoclassico, che è di fatto alla base dei Trattati europei e del funzionamento dei fondi strutturali, come il Fondo Sociale Europeo, dedicato alla formazione ed alle politiche attive del lavoro, la crescita occupazionale non dipende primariamente da un potenziamento della qualità e produttività del fattore lavoro dentro un contesto concorrenziale in cui tale qualità diviene occupabilità, ma, al contrario, da un allargamento della base produttiva generato dalla crescita della domanda aggregata.

Pertanto, le politiche mirate a migliore l’occupabilità, tutt’al più, possono agire da fluidificatori del rapporto fra domanda ed offerta in un mercato del lavoro i cui risultati sono perlopiù prodotti dal ritmo di crescita dell’economia indotto dall’espansione della domanda finale. Sono, in altri termini, un lubrificante di un motore, ma non il carburante di tale motore. L’esperienza empirica di Paesi affetti da lunghe crisi è piena di situazioni di bacini di manodopera di alta qualità formativa impossibilitati ad entrare nel circuito del lavoro per incapacità di allargare la base produttiva (si pensi ad es. all’alta disoccupazione, mascherata non di rado da una diffusa sottocupazione, delle economie ex socialiste dell’Europa dell’Est nei primi anni successivi alla caduta del muro, dove le politiche economiche mirate a migliorare la qualità dell’offerta di fattori produttivi non poterono compensare la caduta della base produttiva e della domanda aggregata).

Inquadrato in questo modo il limite delle politiche per il miglioramento della qualità dei fattori produttivi, non vi è dubbio che, essendo tali politiche largamente di competenza delle Regioni per il tramite dei Programmi Operativi FSE, è comunque utile capire come sia possibile mettere a disposizione del mercato del lavoro un buon lubrificante, in condizioni di asimmetria fra caratteristiche cognitive richieste dai domandanti lavoro ed offerte dai lavoratori. La pubblicazione “L’importanza delle politiche di coesione: il caso della Toscana”, curata da Irpet, offre qualche spunto interessante di riflessione in tal senso.

Pur con tutti i limiti sopra evidenziati, gli interventi formativi, se attuati in modo corretto, comportano un piccolo e marginale aumento della probabilità di reperimento di lavoro. Il sottoinsieme dei corsi di formazione professionale destinati a riqualificare chi ha perso una occupazione per riorientarlo al lavoro, infatti, produce una probabilità di circa l’8% più alta di trovare un lavoro fra un gruppo di disoccupati beneficiari di tali interventi ed un gruppo controfattuale di disoccupati con le stesse caratteristiche ma non partecipanti ai corsi. Una probabilità aggiuntiva dell’8% è poca cosa, e, soprattutto, come la stessa Irpet suggerisce, essa potrebbe dipendere non tanto dall’efficacia dei corsi in sé, quanto dalla maggiore motivazione a trovare un lavoro dimostrata dai disoccupati che vogliono partecipare ad un corso di formazione. Sarebbe cioè l’effetto motivazionale a generare maggiori opportunità occupazionali, non tanto l’accompagnamento di policy di per sé.

Tale ridotta efficacia sembra generarsi soprattutto negli interventi volti a facilitare le diverse “transizioni” (dal sistema educativo al lavoro e da lavoro a lavoro) e/o a ridurre le perdite di potenziale occupazionale generate dalle situazioni di marginalità sociale (ad es. interventi contro la dispersione scolastici e/o politiche formative dedicate ai NEET per il “reingresso” nel circuito formazione/lavoro). Dal punto di vista strumentale, invece, i sia pur ristretti vantaggi occupazionali prodotti dalle politiche formative sembrano massimizzati qualora ci si sforzi di concentrare i corsi sulle filiere produttive ritenute strategiche per lo sviluppo regionale: o le filiere che fanno “match” con le vocazioni produttive locali (per la Basilicata, ad esempio, l’agroindustria, la filiera energetico-ambientale-forestale, l’automotive, il turismo e la cultura) o quelle che, nello scenario economico prospettico, hanno le maggiori chance di crescere (in particolare, le professioni legate ad Industria 4.0 ma, aggiungo io, anche quelle legate ai servizi avanzati alla persone, come il caregiving ed i servizi di vario genere per gli anziani, in una regione, come la Basilicata, che presenta un profilo demografico caratterizzato da invecchiamento accentuato, raggruppati nella cosiddetta “silver economy”).

Oltre ad una attenta selezione delle attività formative basata sulle vocazioni produttive locali, sembra funzionare meglio un approccio integrato, che metta insieme diversi strumenti in un pacchetto unitario di politiche, senza disperdere le risorse del FSE in mille rivoli puntuali. L’esempio che l’Irpet illustra è quello di un programma integrato per l’occupazione giovanile, chiamato “Giovanisì”, che è per l’appunto un programma integrato che mette insieme sette tipologie diverse di policy (Tirocini, Casa, Servizio Civile, Fare Impresa, Studio e Formazione, Lavoro e Giovanisì+) tutti destinati a facilitare i percorsi occupazionali di giovani inoccupati e disoccupati con meno di 40 anni.

Accanto a strumenti tradizionali, sono stati sperimentati percorsi innovativi, come il coworking, ovvero la predisposizione di spazi comuni di lavoro per giovani professionisti del settore creativo, in grado di facilitare la circolazione e contaminazione di idee e conoscenze, nonché i processi di collaborazione, fra i partecipanti, o come la coprogettazione di percorsi occupazionali, destinata a soggetti particolarmente fragili (disabili o soggetti in carico ai servizi socio-sanitari e psichiatrici) in modo da definire un percorso verso il lavoro in cui alle aspirazioni del soggetto si unisca una attività di orientamento e di knowledge building garantita dal soggetto pubblico (il che riporta, ancora una volta, all’eterno tema della riqualificazione dei Centri per l’Impiego lucani). Questo tipo di strumento illustra bene l’integrazione delle politiche: dentro il percorso coprogettuale entrano, infatti, strumenti formativi tradizionali, percorsi di sostegno psicologico e motivazionale, attività di orientamento, strumenti di facilitazione dell’ingresso nel mondo lavorativo, ecc.

In sostanza, ricordando i limiti delle politiche attive del lavoro in un contesto in cui c’è poca crescita, il contributo limitato che esse possono offrire non risiede in alambiccati modelli di governance (Agenzie nazionali e regionali per il lavoro), o in strani strumenti che presuppongono una capacità di scelta da parte di soggetti fragili (come gli assegni di disoccupazione) come quelli messi in campo dalla  programmazione di settore fatta nel corso dell’ultima legislatura regionale. Risiedono in semplici parole d’ordine: compatibilità con il territorio e con le sue vocazioni produttive, accompagnamento lungo i percorsi di innovazione dell’economia, integrazione degli strumenti in programmi aggregati con obiettivi unitari e target di beneficiari molto ben definiti, focalizzazione sulle fasi critiche di transizione nella vita dei beneficiari, focalizzazione sulle aree più critiche dell’emarginazione socio-lavorativa.

 

 

  1. Achilli
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