I BACINI IDROGRAFICI E GLI SCHEMI IRRIGUI DELLA BASILICATA

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REPORT ( A CURA DI DINO ROSA)

1) i bacini del versante ionico, e precisamente quelli dei fiumi Sinni, Agri, Cavone, Bradano e Basento;

2) il bacino del fiume Noce, appartenente al versante tirrenico.

 

I bacini del versante ionico

Il bacino del Sinni

Il bacino del Sinni è delimitato dalle pendici orientali del Monte Sirino, sulla testata, e dal Massiccio del Pollino e del Monte Alpi, sui lati. La sua configurazione orografica presenta caratteri altimetrici molto accidentati e tormentati nella parte alta. Il perimetro del bacino può concepirsi come un triangolo, il cui lato più lungo costituisce il confine settentrionale, mentre i due lati più corti, pressoché uguali tra loro, lo delimitano a sud. Il lato sud-occidentale forma lo spartiacque coi bacini del mare Tirreno, il Noce e il Lao; quello sud-orientale forma lo spartiacque col Crati e con i piccoli bacini dell’Alto Ionio compresi tra il Sinni e il Crati stesso.  La cima più elevata del confine settentrionale è il Monte Alpi (1892 m s.l.m.) e procedendo verso oriente non si incontra altra cima degna di nota. I sistemi montuosi più rilevanti si trovano invece sul confine  occidentale-meridionale, dal monte Sirino al Pollino con le sue propaggini. Le cime più alte sono: Monte  Papa (2005 m s.l.m.), Madonna di Sirino (1906), Monte La Spina (1649), Monte Zaccana (1579), Monte Grattaculo (1895), Serra del Prete 82186), Monte Pollino (2278), Serra Dolcedorme (2186), Serra di  Crispo (2052), Timpone Rotondella (1609), Timpone Neviera (1993). Procedendo verso est, il Timpone Neviera è l’ultima aspra cima che s’incontra e, avvicinandosi alla foce, il crinale si abbassa gradualmente fino ai colli di Rotondella, ormai a ridosso dello Jonio.

Al suo interno, il bacino presenta dappertutto carattere montuoso, ma le cime più elevate si mantengono quasi sempre a quote inferiori ai 1000 m s.l.m. Zone pianeggianti di una certa vastità si incominciano ad avere a valle di Valsinni, ma l’unica pianura estesa è quella che dal litorale Jonico si addentra verso ovest per circa 10 km. Sulla totale estensione del bacino, soltanto il 16 % risulta essere al di sotto di quota 300 m s.l.m.,  mentre più del 54 % è a quota superiore ai 600 m s.l.m. e circa il 16 % risulta compreso tra le isoipse 900 e 1200. La quota media del bacino è di 687 m s.l.m.  Il fiume ha deflussi estivi di una certa importanza, dovuti alle sorgenti di Latronico, quelle del Frido, suo affluente, e numerose scaturigini della valle del Sarmento. Il suo contributo unitario medio annuo è il più elevato della regione, elevato è anche il suo coefficiente di deflusso. Alla portata idrica contribuisce notevolmente il Pollino, con i suoi torrenti Peschiera-Frido e Rubbio, sin dall’altezza di Episcopia. 

Il Sinni nasce quasi al culmine della Serra Giumenta (1518 m s.l.m.), propaggine del nucleo del Monte Sirino e si sviluppa accogliendo sul versante sinistro il torrente Cogliandrino, la valle del Serrapotamo, la 28 fiumarella di Sant’Arcangelo. A Monte Cotugno esiste un ampio invaso artificiale. Sul Sarmento è stata realizzata una traversa. L’altro invaso è quello di Masseria Nicodemo. Il processo di incassamento e allargamento dell’alveo del corso d’acqua produce una gran mole di materiale solido che viene trasportato verso valle. Un esteso alluvionamento interessa l’intera asta principale del Sinni, dandogli fino alla foce l’aspetto di fiumara. Poco prima di Valsinni, il fiume entra in una valle ancora più ampia con carattere di tronco alluvionato e il greto diventa larghissimo. In prossimità di Policoro, sfocia nello Jonio, attraversando una splendida selva litoranea, ultimo ricordo di un antico bosco rimasto dopo le operazioni di bonifica e di disboscamento degli anni ’50.

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il bacino dell’agri

Il bacino dell’Agri è delimitato verso occidente dallo spartiacque fra Jonio e Tirreno, e dai massicci del Monte Raparo e del Monte Alpi, a Sud, e del Volturino, (monti Volturino, di Madonna di Viggiano e Montemurro), a Nord. Il fiume ha origine sul versante orientale dell’Appennino lucano da diversi gruppi di sorgenti della Piana del Lago, poste sulla pendice orientale del monte Maruggio (1577 m s.l.m.).
Il crinale appenninico si mantiene quasi sempre a quote comprese tra 1500 e 1000 m e soltanto in pochissimi valichi queste scendono fino a 8oo m s.l.m. Le catene montuose che costituiscono gli spartiacque di confine con i bacini adiacenti presentano le cime più elevate in prossimità dell’Appennino e vanno man mano degradando con l’avvicinarsi al litorale jonico. Le quote maggiori si incontrano in corrispondenza del limite settentrionale, nel tratto compreso tra Timpa d’Albano e Madonna di Viaggiano. In tale tratto si incontrano, da monte verso valle, le cime più elevate del bacino: Timpa d’Albano 81652), Serra di Calvello (1545) e Volturino (1835).
Oltre alle catene montuose che costituiscono lo spartiacque dell’Agri, altri nuclei montuosi di notevole altezza sono presenti all’interno del bacino, principalmente in sponda destra: il rilievo maggiore è il Monte Raparo (1761); cime notevoli sono anche Verro Croce (1640), Morgia d’Andrea (1441), Timpa Pomi Agresti (1426), La Bannera (1706) e Monte Raparello (1288).
Il bacino ha orografia prevalentemente montana, con zone pianeggianti poco estese, se si esclude la pianura litoranea. Sull’estensione totale, pari a 1686 kmq, soltanto il 20 % è al disotto di quota 300 m, e la quota media risulta essere di circa 650 m s.l.m. Zone pianeggianti di una certa importanza si hanno a valle di Marsico Nuovo, fino a Grumento, prevalentemente in sinistra del corso d’acqua, a quota superiore a 500 m. Pianure di minore estensione si incontrano nei pressi della confluenza col Maglia e tra questo e lo Sciauro, a valle di Sarconi. 
Il carattere montuoso del bacino prevale fino alla confluenza col Sauro, a valle del quale il bacino degrada dolcemente. Grazie al contributo dei calcari che ne costituiscono l’alto bacino fino alla confluenza col Sauro, è il corso d’acqua lucano più ricco di sorgenti. E’ dotato, quindi, di deflussi di magra di una certa entità. Nella restante parte del bacino, costituita da terreni impermeabili, si riscontrano invece scarsissime immissioni. Notevole è il coefficiente di deflusso annuale, chiaro indice dell’attiva circolazione delle acque che cadono sul bacino.
Per quanto riguarda il regime delle portate, grazie all’esistenza di numerose sorgenti nel bacino superiore la portata scolante a Tarangelo avrebbe caratteri di perennità e non scenderebbe mai al di sotto di 3 – 3.5 mc/s se nella stagione estiva le acque perenni non venissero in gran parte derivate a monte per impieghi irrigui. La distribuzione delle portate nel corso dell’anno rispecchia perciò le caratteristiche della distribuzione delle piogge: alle siccità estive corrispondono magre accentuatissime, specie nelle sezioni inferiori, dove è chiaramente minore l’influenza delle sorgenti dell’alto bacino. 
Lungo il suo corso sono presenti l’invaso del Pertusillo, quello di Marsico Nuovo e di Gannano. L’Alto Agri è caratterizzato da un tronco con pendenza media del 5 %, fino al ponte di Tarangelo, al termine della piana di Tramutola: massi tondeggianti in alveo caratterizzano il tronco dal punto di vista sedimentologico e vegetazionale di ontani e salici caratterizzano le rive. Nel terzo tronco, da Monticchio al mare, la pendenza media si riduce e la vallata si apre formando una piana imponente che finisce col fondersi con la pianura costiera.

 

 

Il bacino del Cavone

Il bacino del Cavone, attestandosi alle pendici occidentali del massiccio del Volturino (la Montagna a Monte Cortaglia), è, fra gli altri bacini lucani, l’unico che non raggiunge lo spartiacque fra lo Jonio e il Tirreno.Ha il suo culmine nel monte dell’Impiso (1310 m s.l.m.), vertice comune con i bacini dell’Agri e del Basento. Lo spartiacque meridionale, partendo da tale vetta, segue una linea grossolanamente parallela al corso d’acqua in direzione da nord-ovest verso sud-est, discendendo gradualmente verso il litorale. Lo partiacque settentrionale invece delimita il bacino con un grande arco, verso nord, che si raccorda ad una linea di displuvio anch’essa grossolanamente parallela al corso d’acqua. Il fiume Cavone, che nella sua parte più montana assume il nome di torrente Calandrella, è lungo solo 49 km. La superficie del suo bacino, a forma di quadrilatero, è di 675 kmq. Non ha affluenti importanti, al di fuori del torrente Misegna, in destra. I contributi estivi del fiume possono ritenersi praticamente nulli, cosa che si verifica senza eccezione lungo tutto il corso, nel quale le manifestazioni sorgentizie sono molto scarse.

Il bacino del Basento

Il bacino del Basento è delimitato, verso Sud, dalle pendici settentrionali del massiccio del Volturino (Monte Grosso, Monte Volturino e Monte Coperino), e, verso Nord, dalle pendici meridionali dei monti Li Foi, Grande e Capolicchio, che, seguendosi l’un l’altro da Ovest verso Est, formano una catena continua che separa il bacino del Basento da quello del Bradano.
Il bacino del Basento presenta una morfologia caratterizzata da zone montuose e collinari e nella parte terminale è pianeggiante. Il Basento con i suoi 149 km di lunghezza è il corso d’acqua più lungo a sud del Volturno. E’ un tipico corso d’acqua mediterraneo a carattere torrentizio. Ad occidente, partendo dalla Timpa d’Albano, lo spartiacque, comune all’inizio con quello del Sele, tocca Serra della Criva (1368 m. s.l.m.), i monti di Pignola (1004 m. s.l.m.), i monti S. Maria del Carmine (1070 m. s.l.m.) e la Timpa La Taverna (1212 m. s.l.m.). Quest’ultima rappresenta il punto d’incontro degli spartiacque di quattro bacini: il Sele, l’Ofanto, il Bradano ed il Basento. Dalla Toppa La Taverna al mare, il bacino del Basento resta adiacente a quello del Bradano fino alla foce e lo spartiacque comune passa per il monte S. Angelo (1126 m. s.l.m.), la Serra Lappese (1014 m.s.l.m.), il monte Portiglione (806 m. s.l.m.), per gli abitati di Tricarico e Grassano, per la Serra Gravenese (474 m. s.l.m.), le alture del Tinto (273 m. s.l.m.) e degrada dolcemente fino al mare. Sulla destra, partendo dalla Timpa d’Albano, lo spatiacque, comune col bacino dell’Agri, tocca successivamente le vette dei monti Serra di Calvello (1568 m. s.l.m.), Volturino (1835 m. s.l.m.), Madonna di Viggiano (1725 m. s.l.m.), Serra di Coriano (1167 m. s.l.m.) e dell’Impiso (1310 m. s.l.m.); questa ultima vetta è comune agli spartiacque dei tre bacini Agri, Basento e Cavone. Da questo punto lo spartiacque di destra piega bruscamente verso Nord e, dopo un grande arco verso oriente, degrada dolcemente verso il mare, mantenendosi parallelo allo spartiacque di sinistra. Quest’ultimo tratto separa il bacino del fiume Basento dal Cavone.  Estesissime sono le zone pianeggianti ai piedi delle colline finali, nelle vicinanze dell’abitato di Bernalda e da lì proseguono fino al mare, confondendosi in ultimo con la pianura alluvionale del litorale. Aliquote percentualmente notevoli del medio bacino del Basento sono costituite dai sottobacini del Tiera, del Camastra, del Vella e della Canala.
Le principali sorgenti sono situate alle pendici del monte Arioso (Abriola) a circa 1000 m. di altitudine. Le captazioni di queste sorgenti, realizzate negli anni trenta, raccolgono fino a 150 lt. al secondo di acqua di ottima qualità.  L’Alto Basento ha aspetto rupestre e naturale: l’acqua scorre tra le rocce modellate dall’erosione e la boscaglia ripariale si integra con la vegetazione che ricopre le pendici del monte. Proseguendo lungo il corso, verso valle, si giunge in una zona umida di rilevante importanza naturalistica: il lago Pantano di Pignola, una zona acquitrinosa fino all’unità d’Italia, quando fu cominciata una bonifica ed un progressivo prosciugamento.
Continuando a percorrere il Basento si attraversa la città di Potenza. In questo tratto vengono immesse nel fiume le acque smaltite presso l’impianto comunale di trattamento e di numerosi scarichi abusivi e incontrollati. La morfologia fluviale dell’alveo nel tronco di valle viene modificata in modo cospicuo dall’azione dell’acqua, che ormai priva di materiale solido, depositato nel lago Pantano, aumenta la sua capacità erosiva, provocando una degradazione dell’alveo. Un altro sbarramento nel corso del fiume è rappresentato dalla traversa di Trivigno.

TORRENTE E DIGA CAMASTRA

Subito dopo l’immissione del torrente Camastra, che è regolato da un invaso, il Basento scorre lasciandosi sulla destra idrografica le aguzze vette delle Dolomiti Lucane, dove sono situati i centri di Pietrapertosa e Castelmezzano che dalla loro altezza dominano l’intera vallata del Basento. In questo tratto, la vegetazione in prossimità del fiume, costretto tra i due declivi, si fa folta e scura, alla stretta di Campomaggiore.
Il fiume prosegue il suo percorso insinuandosi, all’altezza di Calciano, tra il Monte La Croccia ed i monti di Tricarico. In seguito lambisce la stazione di Grassano e successivamente quella di Salandra. Qui il greto si espande in alcuni tratti su vaste golene di ciottoli e detriti, siamo infatti nel corso mediovallivo, dove il fiume acquisisce caratteri morfologici alluvionali poiché le correnti cominciano a depositare il loro contenuto sedimentario grossolano. Cominciano ad apparire in modo cospicuo i calanchi sui versanti in argilla e la vegetazione si dirada lasciando spazio solo a qualche macchia di boscaglia costituita da pioppi bianchi su canneto.
Il Basento continuando a percorrere la vallata attraversa i territori dei comuni di Ferrandina e Pisticci, dove sono collocati importanti impianti chimici, alcuni dei quali dismessi. Si praticano culture fin sulle rive, lasciando quindi soltanto un minimo spazio alla selva spondale.
Prima di sfociare nello Ionio, il Basento attraversa la piana costiera di Metaponto. In prossimità della foce, presenta un paesaggio fluviale interessantissimo costituito da una magnifica selva riparia formata soprattutto da alti pioppi bianchi e neri e da imponenti salici (tipica macchia mediterranea).
L’individuazione di due precedenti ed abbandonati tracciati fluviali meandriformi lungo la piana costiera fa comprendere come solo negli ultimi secoli il Basento abbia acquisito l’attuale foce dopo la deviazione del tracciato terminale. Il fiume ha, quindi, subito un lento e progressivo spostamento verso Sud Ovest. Alcuni studiosi attribuiscono il progressivo spostamento della foce del Basento, fenomeno comune anche al Bradano, a deboli basculamenti tettonici o all’azione delle correnti marine ed alla genesi ed evoluzione dei fenomeni costieri.
L’influenza degli interventi antropici nel tratto terminale del bacino si risente fino alla costa, dove giungono in quantità ridotta i sedimenti, indispensabili ad alimentare il ripascimento delle spiagge. Si determina così l’arretramento dei litorali, fenomeno che sta ormai interessando tutta la costa jonica della Basilicata arretramento valutabile intorno ai 40 metri in 10 anni, influendo negativamente sulla fruizione  turistica del litorale.

Il bacino del Bradano

Infine, il bacino del Bradano, è uno dei bacini maggiori della Basilicata, avente superficie di 2.735 kmq ed è il più a Nord di tutti quelli lucani. E’ separato da quello del Basento dalle pendici meridionali dei monti Li Foi, Grande e Capolicchio, che, succedendosi l’un l’altro da Ovest verso Est, formano una catena continua. Il tavolato delle Murge lo separa dalla Puglia. Il vertice del bacino si trova sull’altura detta “Mandria Piano del Conte” a quota 828 m. s.l.m. e da qui, sulla destra, lo spartiacque con direzione Nord – Sud, passando dal poggio Limitorio (788 m) raggiunge la “Toppa La Taverna” (1212 m), vetta comune con i bacini del Basento, del Sele e dell’Ofanto. Detto spartiacque acquista quindi un andamento verso Sud – Est e raggiunge subito la vetta di Monte S. Angelo (1126 m); percorre in seguito una lunga schiera di monti man mano degradanti le cui vette principali sono: la Serra Lappese (1014 m), i monti Pazzano (910 m) e Portiglione (806 m), il paese di Tricarico (698 m), le Serre Gravenese (474 m), il Pizzo Colabarile (469 m), le alture del Tinto (273 m), di Buffalara (130 m) e di Campagnolo (110 m). Declina quindi verso la pianura e va a sfociare nello Ionio.

Schematizzazione-del-bacino-del-fiume-Bradano

Sulla sponda sinistra, dal predetto vertice del bacino, lo spartiacque si inoltra a Nord passando per le Serre Carriere (1047 m) ed i monti Mezzomo (870 m), fino al colle Renara (794 m), dirigendosi poi a Sud – Est sul colle del paese di Forenza (762 m). Con un ampio arco ritorna verso Nord e prosegue sugli altopiani di S. Leonardo (500 m), raggiungendo il colle a ponente di Palazzo San Gervasio (483 m); da questo scende al basso crinale che separa il Basentello, affluente del Bradano, dalla fiumara Matinella, affluente dell’Ofanto. Da qui ascende le alture delle Murge, fino a quota 680 m del M.te Caccia, per poi degradare man mano verso la pianura alluvionale e fiancheggiare l’alveo del fiume stesso, sino al mare.
L’asta fluviale del Bradano ha una lunghezza di 116 km e il suo deflusso avviene quasi del tutto in territorio lucano, tranne un piccolo segmento, verso la foce, che attraversa la Puglia a Sud di Ginosa. Il fiume ha origine da tre rivi che provengono da alture non molto elevate (la Serra Ribotti 797 m. s.l.m., la Serra Carriero 1048 m. s.l.m. e il Montalto 938 m. s.l.m.).
Il primo tronco del Bradano attraversa le alture coperte da fitti boschi cedui e sulle sue sponde si trovano ontani, salici e pioppi neri. Aliquote percentualmente notevoli del medio bacino del Bradano sono costituite dai sottobacini del Bilioso, del Basentello, del Gravina e del Fiumicello.
Questo tronco del fiume ricorda da vicino la parte centrale delle medie valli dell’Agri e del Sinni. Infatti già nei rami iniziali dell’alveo ritroviamo l’aspetto di fiumara che è tipico del Basento fino alla Piana di Ferrandina e del Sinni e dell’Agri fino al ponte della SS. Jonica.
All’altezza di Irsina la portata diviene più consistente, le pendenze sono meno accentuate e la valle si apre tra basse colline argillose. Poi, più ad Oriente, il fiume si sviluppa con numerose anse, attraversando una pianura intensamente coltivata. A valle il Bradano s’infossa ed attraversa una profonda fossa calcarea, la così detta “gravina”. Sulle pareti di roccia calcarea insistono numerose specie sempreverdi tipiche della macchia mediterranea. All’altezza di Montescaglioso, che si eleva sulla riva sinistra, il fiume riacquista la sua classica fisionomia e così continua fino alla foce. Le dighe costruite lungo il suo corso sono San Giuliano, Acerenza, Genzano; Basentello.

I bacini del versante tirrenico: il bacino del Noce 

Il territorio dell’Autorità di Bacino, per la parte occupata dai bacini con foce nel Tirreno, comprende il bacino idrografico del fiume Noce.
Il bacino presenta nella sua parte più alta affioramenti del complesso calcareo-silico-marnoso del mesozoico, della serie del lagonegrese. Nella zona media del bacino si evidenzia una predominanza di flysch, mentre un complesso calcareo-dolomitico del mesozoico (piattaforma carbonatica) emerge nella parte bassa. La permeabilità può essere classificata generalmente come medio-alta.
Il bacino del Noce comprende almeno in parte il territorio dei seguenti comuni: -Lauria, Rivello, Trecchina, Lagonegro, Maratea e Nemoli appartenenti al territorio della Basilicata; -Tortora, Aieta e Praia a Mare appartenenti al territorio della Calabria.
Il fiume Noce nasce dalle sorgenti del Niella, sul Monte Sirino e dalle falde meridionali del Monte Rocca Rossa. Dopo un breve e accidentato percorso di 47 km, e, dando origine nella parte terminale del suo  percorso alla fiumara di Castrocucco, sfocia nel mar Tirreno al confine tra il Comune di Maratea e quello di Tortora.
Il Noce sottende un bacino di forma allungata e si presenta con alveo inciso nella parte montana e con carattere alluvionale nella parte valliva oggetto di vari interventi di sistemazione idraulica. Numerosi sono i piccoli affluenti che si immettono sull’asta principale sia in destra che in sinistra idraulica: Canale di Torno, Torrente Sierreturo, Torrente Carroso, Torrente Bitonto, Vallone del Lupo, Vallone Carboncelli, Vallone Sonante, Fosso Torbido.
La Fiumarella di Tortora, che si immette nel Noce in sinistra idraulica ad un solo chilometro di distanza dalla foce, è sicuramente l’affluente più importante sia per l’estensione che per l’alto contributo alle portate del deflusso liquido e solido del corso d’acqua.
Il Noce sottende un bacino di forma allungata e si presenta con alveo inciso nella parte montana e con carattere alluvionale nella parte valliva oggetto di vari interventi di sistemazione idraulica. Numerosi sono i piccoli affluenti che si immettono sull’asta principale sia in destra che in sinistra idraulica: Canale di Torno, Torrente Sierreturo, Torrente Carroso, Torrente Bitonto, Vallone del Lupo, Vallone Carboncelli, Vallone Sonante, Fosso Torbido.

 

 

 

Gli schemi idrici ricadenti nei bacini idrografici della Basilicata

All’interno della parte del territorio di competenza dell’Autorità di Bacino sono stati realizzati a partire  dalla seconda metà del secolo scorso numerose opere di captazione delle acque superficiali (dighe e traverse) spesso connesse tra loro a formare schemi idrici che utilizzano anche acque di bacini diversi. 
  • gli invasi di Monte Cotugno, sul Sinni, di capacità utile di 430 milioni di mc, del Pertusillo, sull’Agri, di capacità utile di 145 milioni di mc, e di S. Giuliano, sul Bradano, di capacità utile di 90 milioni di mc;
  • la traversa sull’Agri a Missanello, che, a mezzo di un canale di gronda proporzionato a una portata massima di 18 mc/s, adduce le acque al serbatoio di Monte Cotugno;
  • la condotta da 3000 mm che da Monte Cotugno convoglia portate variabili (in progetto fino a un massimo di 20/22 mc/s) a servizio di utenze irrigue, potabili e industriali
  • l’adduttore che dal Pertusillo arriva alla vasca di Parco del Marchese Sono previsti o in fase di realizzazione:
  • una traversa sul Sarmento, dalla quale, a mezzo di un canale di gronda proporzionato a una portata massima di 25 mc/s, si prevede di convogliare i deflussi disponibili in alveo all’invaso di Monte Cotugno; una traversa sul Sauro che consentirà di addurre ulteriori volumi all’invaso di Monte Cotugno a mezzo di una galleria, proporzionata alla portata massima di 12 mc/s, che si ricongiunge a Sant’Arcangelo alla gronda della traversa sull’Agri.

    sarmento

In definitiva le acque provenienti dagli invasi sul Sinni e sull’Agri, dopo aver servito utenze potabili e irrigue della Basilicata, si congiungono nel nodo di Parco del Marchese, dal quale proseguono verso la Puglia, in parte sollevate verso il serbatoio di Gioia del Colle, per soddisfare i fabbisogni potabili di Matera e Montescaglioso e della provincia di Bari, e in parte a gravità verso le utenze ancora potabili delle province di Taranto e Lecce.

la portata potenziale e quella autorizzata degli invasi lucani ( al 17marzo 2021)

 

 

 

Volume utile massimo Volume autorizzato  

 

uso plurimo

mc.lordi mc.lordi
M. Cotugno 480’700’000 285’700’000
Pertusillo 155’000’000 113’428’000 uso plurimo
Camastra 23’682’291 13’915’582 uso plurimo
Basentello 29’100’000 27’173’227 uso irriguo
S. Giuliano 94’081’021 94’081’021 uso irriguo
Gannano 2’762’000 2’762’000 uso irriguo
Acerenza 38’000’000 8’887’800 uso irriguo
Genzano 52’950’000 3’100’000 uso irriguo

876’275’312                549’047’630

Marsico Nuovo 5’310’000 ? uso irriguo
Pantano 5’500’000 ? uso industriale
Cogliandrino 12’400’000 ? uso idroelettrico esclusivo ENEL

 

LO STATO DELLE DIGHE

 

Le  dighe lucane  rientrano tutte in una delle seguenti quattro tipologie:

1 in fase di esercizio sperimentale (sicuramente non ancora collaudate)
2 con limitazioni di esercizio
3 fuori esercizio (esercizio sospeso)
4 in esercizio normale

Per la prima tipologia (esercizio sperimentale) passano obbligatoriamente tutte le dighe. Si procede per step successivi cioè si autorizza nel tempo il riempimento progressivo dell’invaso, man mano che vengono superati gli step precedenti. (La Direzione Dighe stabilisce le quote di riempimento e verifica se tutto funziona bene, prima di autorizzare la quota di riempimento successiva).

In questa tipologia rientrano i seguenti invasi: ACERENZA, GENZANO, MARSICO NUOVO, LAMPEGGIANO, PANTANO.

Alla seconda tipologia (con limitazioni) appartengono quelle dighe che richiedono interventi o manutenzioni, generalmente sulle opere accessorie quali sfiori di superficie, scarichi di fondo, sostituzione apparecchiature elettromeccaniche, paratoie, manto di tenuta.

In questa categoria rientrano gli invasi di CAMASTRA, SAETTA, BASENTELLO, PERTUSILLO.

 

Alla terza tipologia (fuori esercizio) appartengono quelle dighe che presentano problemi più gravi, anche di natura statica, che andrebbero rimossi prima di poter tornare ad invasare.

In questa categoria rientrano gli invasi di RENDINA e MURO LUCANO.

 

La diga di MONTE COTUGNO, con lavori ultimati nel 1983, è in esercizio sperimentale ma attualmente presenta anche limitazioni di esercizio per via dei lavori avviati e sospesi del rifacimento del manto in conglomerato bituminoso degradato (dal livello 239.00 al livello 258.00) e per la manutenzione straordinaria da effettuare alle opere accessorie.

Il collaudo tecnico funzionale di questa diga, non è ancora concluso.

 

Le dighe di S.GIULIANO e COGLIANDRINO (Enel) sono in esercizio normale.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

 

  

 

 

 

 

 

FONTE : AUTORITà DI BACINO DELLA BASILICATA 
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