IL PIL VERDE: NUOVA MISURA

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La maggior parte degli economisti valuta il progresso nel benessere dei popoli, confrontando il Prodotto Interno Lordo nel corso del tempo, ossia, confrontando la somma del valore annuale di tutti i beni e servizi prodotti all’interno di un paese negli anni successivi a quello preso come punto di inizio dell’analisi.

Dagli anni ’90 in poi si è cominciata a diffondere, negli economisti, la convinzione che incentrare la misura del benessere, solamente, sui fattori monetari non consentisse di realizzare un’analisi veritiera della trasformazione dei fenomeni sociali che influenzano il reale benessere. In poche parole ci si è convinti che, per analizzare quanto bene stiano i cittadini, non fosse più esclusivamente un calcolo della ricchezza prodotta e disponibile ma il risultato di un’analisi che doveva abbracciare anche altro ed in modo particolare la vivibilità di un luogo tenendo d’occhio il presente ed il futuro. E proprio in quest’ottica si è cominciato ad analizzare il cosiddetto PIL verde ossia tutti quegli interventi ed operazioni che tendano a preservare il pianeta da un uso irrispettoso e sconsiderato.

Prima di partire in una disamina sugli investimenti green che potrebbero consentire una rivitalizzazione dell’economia verde e che potrebbe essere un viatico praticabile per l’abbandono di una stagnazione post-pandemica, partiamo dall’analisi di alcuni dati ISTAT.

Nell’ormai lontano 2013 il verde nei comuni del centro-sud d’Italia era così distribuito:

Dataset:Verde e altri dati ambientali
Seleziona periodo 2013
Tipo dato densità delle aree naturali protette  (incidenza percentuale sulla superficie comunale) densità del verde urbano (incidenza percentuale sulla superficie comunale) disponibilità di verde urbano (metri quadrati per abitante) densità totale delle aree verdi (aree naturali protette e aree del verde urbano)  incidenza sulla superficie comunale (valori percentuali)
  L’Aquila   49,8 0,1 7,3 49,9
  Teramo   3 0,6 18,1 3,6
  Pescara   1,8 13,4 38,7 13,7
  Chieti   0 0,6 6,7 0,6
  Campobasso   3,7 1,5 17,5 5,2
  Isernia   19,1 0,2 5,8 19,2
  Caserta   8,7 2,9 20,3 11,6
  Benevento   0 0,9 20,4 0,9
  Napoli   24,1 10,1 12,4 34,2
  Avellino   0 2,2 12 2,2
  Salerno   0 3,8 17,1 3,8
  Foggia   3,7 0,2 8,4 4
  Bari   2 2,1 7,9 4,1
  Taranto   8,5 0,3 3,1 8,7
  Brindisi   10,4 0,3 12,4 10,8
  Lecce   13,1 0,3 8,5 13,4
  Andria   36,1 0,3 13,8 36,4
  Barletta   29,3 0,4 6,7 29,7
  Trani   0 0,2 3,5 0,2
  Potenza   0,8 14,2 371,6 15
  Matera   24,9 15,3 992,3 25,1
  Cosenza   0 2,2 11,9 2,2
  Catanzaro   0 3,8 47,5 3,8

 

Da un’analisi più recente si evince che la densità del verde urbano nei comuni capoluoghi di provincia risulta così distribuita:

Tavola 14.1 – Densità totale delle aree verdi (a) (aree naturali protette e aree del verde urbano) nei comuni capoluogo di provincia/città metropolitana – Anni 2018-2019 (incidenza percentuale sulla superficie comunale)
2018 2019
Pescara (b) 13,86 13,86
Chieti 0,66 0,66
Isernia 19,88 19,88
Campobasso 4,71 4,71
Caserta 11,21 11,21
Benevento 0,99 0,99
Napoli (b) 32,16 32,27
Avellino 2,23 2,23
Salerno 4,18 4,18
Foggia 4,00 4,00
Andria 36,30 36,30
Barletta 29,54 29,54
Trani 0,27 0,27
Bari 4,39 4,42
Taranto 9,58 9,59
Brindisi 10,87 10,87
Lecce 13,04 13,04
Potenza 6,86 6,86
Matera 25,18 25,18
Cosenza 4,55 4,55
Crotone 14,27 14,27

 

Dalla tabella sopra riportata si evince come fino al 2019 Potenza avesse una quantità di aree verdi urbane piuttosto modesta che la collocavano nella parte bassa della classifica di merito della condizione di vivibilità green delle città italiane. La pandemia ha portato una profonda rivoluzione nell’ottica di sviluppo sostenibile, possibile e praticabile. Ora più che mai risultano indifferibili quegli investimenti virtuosi che consentano un rilancio economico accompagnato, però, da un rispetto del pianeta in termini di sostenibilità che costituisce la garanzia anche per le generazioni a venire. Partendo dalla consapevolezza che il mondo non è delle generazioni presenti ma di quelle future e, quindi, dalla necessità di preservarlo nell’ottica del domani, non sono più differibili quegli investimenti virtuosi che hanno un duplice valore: a) garantiscono uno sviluppo economico che potrebbe essere estremamente consistente, b) permettono al mondo di indirizzarsi verso un processo di sviluppo sostenibile ( e non saremo costretti, nei secoli futuri a migrare su un altro pianeta, come la ricerca delle condizioni di vita su Marte farebbero intendere).

Dati recenti mettono in evidenza come, la situazione pandemica, abbia contribuito ad aggravare una situazione già grave sul fronte della nascita e sopravvivenza delle imprese:

Ind. 242 Tasso di iscrizione netto nel registro delle imprese (a) (b) (c)
Imprese iscritte meno imprese cessate sul totale delle imprese registrate nell’anno precedente (percentuale)
2018 2019 2020
Abruzzo 0,5 0,2 -0,2
Molise 1,2 0,5 0,1
Campania 1,3 1,0 1,1
Puglia 0,5 0,3 0,5
Basilicata 0,3 0,8 0,6
Calabria 0,4 0,1 0,6
 – Nord -0,2 -0,5 -0,5
 – Centro 0,5 0,3 -0,6
Mezzogiorno 0,8 0,7 0,7
 Sud 0,9 0,6 0,7
Italia 0,3 0,1 -0,1

 

 

Ind. 241 Tasso di iscrizione lordo nel registro delle imprese (a) (b)
Imprese iscritte sul totale delle imprese registrate nell’anno precedente (percentuale)
2018 2019 2020
Abruzzo 6,1 6,1 4,9
Molise 6,2 6,4 5,2
Campania 6,4 6,5 5,5
Puglia 6,7 6,9 5,6
Basilicata 5,5 5,8 5,0
Calabria 5,7 5,6 4,7
 – Nord 5,9 6,1 5,0
 – Centro 6,0 6,1 4,9
Mezzogiorno 6,2 6,3 5,3
 Sud 6,3 6,4 5,3
Italia 6,0 6,2 5,1

Siamo di fronte alla prima crisi dal secondo dopoguerra non generata da uno shock finanziario in cui, di conseguenza, tutti gli stakeholder (istituzioni governative, imprese e individui) stanno affidando alle Banche e alle istituzioni finanziarie un ruolo centrale per affrontare la crisi e costruire il new-normal.

In questo contesto generale di incertezza per il mondo intero e particolarmente per il nostro Paese, un dato emerge chiaramente: le PMI sono il segmento industriale più colpito, con circa 1 azienda su 3 che si ritrovava in situazioni di illiquidità o di liquidità precarie al termine della Fase 1 e nel corso della corrente Fase 2. In Italia, paese in cui il tessuto imprenditoriale è costituito quasi totalmente, in numerosità di operatori, da PMI (in prevalenza micro-imprese), per le nostre aziende si presenta quindi una scelta: affrontare la ripresa rimanendo fedeli ai paradigmi di business consolidati nel tempo o sfruttare la crisi per evolvere, abbracciando il cambiamento.

Le imprese dovranno evolversi tenendo presenti i seguenti paradigmi:

  • Digitalizzazione: Le nuove tecnologie digitali saranno “order qualifier” per competere sul mercato abilitando, in un contesto di distanziamento sociale, una maggiore efficienza operativa (ad es. processi lean, soluzioni di lavoro agili) e garantendo un maggiore portata commerciale (ad es. nuovi canali di vendita in linea con le nuove abitudini di spesa dei consumatori). Come rilevato di recente, per il 62% degli imprenditori la capacità di innovazione è una delle principali leve per garantire all’impresa la solidità nel lungo periodo, guardando ai prossimi 10–20 anni. Tuttavia, dall’indagine annuale della Commissione Europea emerge ancora un livello di digitalizzazione delle imprese italiane inferiore alla media Europea (Italia al 25° posto tra i 28 Stati Membri dell’Unione Europea), con significativi margini di miglioramento soprattutto in termini di competenze digitali (ultimi nella UE), adozione di comportamenti/ abitudini digitali e integrazione di tecnologie digitali nell’ambito del commercio elettronico (solo il 10% delle PMI italiane vende online contro una media UE del 18%).
  • Dimensione e scala: il rafforzamento patrimoniale delle imprese e la crescita dimensionale, sono fattori critici per sostenere la competitività e la capacità di investire e innovare nel nuovo contesto

– La dimensione media d’impresa e il giusto livello di capitalizzazione diventeranno elementi chiave per le imprese interessate a garantire la solidità del proprio business nel medio-lungo termine. Anche se l’evoluzione è parzialmente già in atto nella scena delle PMI italiane, con un indice di indebitamento medio (debiti verso terzi/ capitale proprio) calato dal 63,2% del 2009 al 52,9% del 201812, è fondamentale guardare a modelli di collaborazione e di aggregazione tra imprese per acquisire scala e competere sui mercati internazionali, attraverso operazioni di finanza straordinaria come M&A e Joint Venture da parte di operatori industriali e finanziari anche domestici, ovvero rafforzando il ruolo della filiera anche con azioni di patrimonializzazione dei partecipanti facilitate dalle aziende di maggiori dimensioni.

  • Sostenibilità: Il trinomio economia-ambiente-società diventerà ancora più trainante nella definizione di nuove strategie aziendali. Da una ricerca Deloitte Private emerge come già prima dell’emergenza circa 1 azienda su 2 vedeva la sostenibilità come elemento differenziante e di vantaggio competitivo, e i dati pubblicati a inizio 2020 da ISTAT relativi al censimento delle PMI confermano questo trend. In cosa si sostanzia dunque per le aziende il concetto di sostenibilità?

– Sostenibilità ambientale: focalizzarsi sull’organizzare le attività economiche in equilibrio con l’ambiente circostante – circa il 65% delle aziende si sono attivate per ridurre l’impatto ambientale delle loro attività e per 1 azienda su 3 il driver principale è il miglioramento della reputazione nei confronti dei Clienti e fornitori14

– Sostenibilità economica: investire in nuovi modelli operativi/ organizzativi più snelli ed efficienti a supporto di una crescita aziendale più sostenibile e duratura – circa il 67% delle aziende ha rivisto il modello operativo per ridurre l’impatto delle loro attività, attraverso l’utilizzo di infrastrutture a basso consumo.

– Sostenibilità sociale: introdurre logiche di welfare aziendale a beneficio dei dipendenti della società – circa il 70% delle PMI dichiarano di essere impegnate in azioni volte a migliorare il benessere lavorativo del proprio personale attraverso una maggiore flessibilità dell’orario di lavoro o di buone prassi legate allo sviluppo professionale (e.g. progressione economica, crescita formativa); di fianco a tale azione, assume poi sempre maggiore rilevanza il peso della “azione civica” verso la collettività del territorio ed ecosistema in cui l’impresa opera.

La quasi totalità delle PMI Italiane (90%) è stata colpita dalla crisi Covid-19 ed ha alternativamente:

– Subito un rallentamento delle attività produttive (~60%) con una conseguente riduzione dei volumi di business

– Dovuto sospendere completamente le attività (~30%) con effetti considerevoli sulla sostenibilità economica e occupazionale, seppur supportati dalle misure di CIG introdotte dai Decreti Cura Italia, Liquidità e Agosto

La maggior parte delle aziende (70%) si trova in difficoltà finanziarie, con problemi di liquidità, dettati da strutture di costi parzialmente fisse e flussi di ricavi ridotti o in ritardo, con conseguente:

– Incapacità di far fronte alle spese correnti (e.g. debiti verso i fornitori, pagamento della retribuzione dei propri dipendenti)

– Necessità immediata di supporto economico per riequilibrare il ciclo del circolante

– Necessità di sostenere attività post lock-down in un clima di massima incertezza che rende strutturale la riduzione dei volumi di attività Nonostante le esigenze di cassa sono risultate le principali destinazioni di finanziamenti immediati, si sono distinte nicchie di mercato le cui aziende hanno posto immediatamente i focus di investimento su obiettivi differenti. In questo contesto, alcune aziende hanno reagito già nel breve periodo provando a cogliere le prime opportunità derivanti dalla pandemia, come nel caso della riconversione degli impianti per la produzione di dispositivi di protezione individuali/ medici. Circa il 25% delle PMI italiane tra marzo e maggio ha avviato o ha valutato di avviare la riconversione delle proprie linee produttive, con alcune peculiarità:

  • Rispetto alle aree settentrionali e centrali della penisola , i tassi di conversione nelle Isole e nel Sud Italia risultano più elevati, con alcune province del meridione che raggiungono un tasso di riconversione fino al 50% (e.g. Campania, Abruzzo, Molise)
  • In relazione al settore economico di appartenenza, si registra un tasso di riconversione maggiore tra le aziende occupate nell’industria tessile, dell’abbigliamento (e.g. utilizzo linee di produzione per la fabbricazione di mascherine protettive) e del Food&Beverage (e.g. utilizzo linee di produzione per la fabbricazione di disinfettanti) dove la riconversione ha coinvolto circa 1 azienda su 3
  • Rispetto alla dimensione aziendale, i tassi di riconversione risultano maggiori al crescere del fatturato aziendale, con picchi tra le PMI con un fatturato superiore a 50 Mln€ Le aziende che hanno riconvertito sono consapevoli che questa opportunità è comunque una sfida non semplice: 5 aziende su 10 tra quelle che hanno riconvertito credono che la principale difficoltà sarà ritagliarsi una fetta di mercato sufficientemente grande a fronte di una competizione attesa in crescita e una domanda che si sta e, comunque, andrà progressivamente appiattendo.

Già dalla crisi finanziaria del 2008 è emerso che gli elementi per far fronte alle difficoltà sono:

  • Capacità di innovare – L’innovazione è un driver fondamentale di produttività e quindi di competitività
  • Internazionalizzazione e diversificazione – Una maggiore diversificazione permette alle imprese di essere più resilienti alle dinamiche di mercato e di adattarsi meglio al cambiamento
  • Scala e solidità patrimoniale – Il giusto rapporto tra debito ed equity e la liquidità a bilancio permette alle aziende di avere ripercussioni minori in tempi di flussi di cassa carenti

Dalla crisi globale generatasi dalla pandemia del 2020, accanto ai driver sopracitati, si affianca la necessità di dar vita ad investimenti che siano fondamentalmente e necessariamente green affinchè la ripresa che, ci si augura, a breve arriverà possa essere compatibile con una esigenza imprescindibile: dar vita ad investimenti rispettosi dell’ambiente che garantiscano la loro neutralità.

Si è cominciato ad interessarsi del rispetto dell’ambiente cominciando a considerare il PIL verde, bisogna continuare facendolo diventare il metro di riferimento principale nella determinazione della futura politica industriale.

 

 

 

 

Fonti:

www.istat.it

https://www2.deloitte.com/content/dam/Deloitte/it/Documents/strategy/Bisogni_PMI_post_covid19_MonitorDeloitte.pdf

 

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