LA DIGITALIZZAZIONE DELL’ECONOMIA LUCANA

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Lo sviluppo digitale è un fattore indispensabile per sostenere l’innovazione e la competitività del sistema produttivo e finanziario di un territorio, oltre che per promuovere le competenze e l’inclusione sociale dei suoi cittadini. L’attuale pandemia ha evidenziato ulteriormente l’importanza della connettività, delle tecnologie digitali e delle competenze informatiche, quali fattori cruciali nel garantire la continuità di attività lavorative e produttive in molti settori durante i periodi di misure restrittive per contenere i contagi

Dal 2015 la Commissione Europea elabora il Digital Economy and Society Index (DESI), un indicatore composito che sintetizza la performance digitale degli Stati membri in base ai seguenti fattori: la dotazione infrastrutturale e il grado di utilizzo delle reti (connettività), i livelli di competenza digitale, l’utilizzo dei servizi online da parte delle famiglie, il livello di digitalizzazione delle imprese e l’offerta di servizi digitali della pubblica amministrazione. Nel 2020 l’Italia si trovava al venticinquesimo posto su 28 paesi UE nell’indicatore generale e all’ultimo per i livelli di competenza digitale. Nel 2019 il livello di digitalizzazione della Basilicata risultava molto inferiore alla media nazionale in tutte le componenti considerate .Per quanto riguarda la connettività, secondo gli ultimi dati dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM), riferiti al 2019, l’86,4 per cento delle famiglie lucane era raggiunto dalla connessione a banda larga, il 65,4 da quella veloce e il 23,5 da quella ultraveloce. Nonostante la quota di comuni raggiunti dalla banda larga veloce (circa 70 per cento) fosse molto superiore alla media italiana (46,4 per cento), secondo i dati Istat la quota di famiglie lucane che disponeva di un abbonamento a internet a banda larga nel 2019 era inferiore al dato nazionale (67,5 per cento contro il 74,7). L’indicatore che valuta le competenze digitali nella regione era inferiore alla media italiana che a sua volta registrava il valore più basso nel confronto europeo. In Basilicata risultava inferiore soprattutto la quota di coloro che avevano almeno competenze digitali di base e l’incidenza degli specialisti ICT sul totale degli occupati, in particolare la quota riferita alle donne. Per quanto riguarda l’utilizzo dei servizi internet, secondo i dati Eurostat, nel 2019 il 23 per cento dei residenti di età compresa tra 16 e 74 anni non aveva mai effettuato un accesso a internet, mentre il 66 per cento lo aveva usato almeno una volta negli ultimi tre mesi, a fronte rispettivamente del 17 e 74 per cento della media nazionale. Anche l’integrazione delle tecnologie digitali nei processi produttivi delle imprese era al di sotto della media nazionale; vi influisce principalmente un’adozione inferiore dei software gestionali integrati e un utilizzo meno frequente di big data e social network; riguardo al ricorso all’e-commerce, invece, le imprese lucane si posizionavano su valori prossimi alla media nazionale. Per cogliere le differenze tra le regioni italiane, l’indice che valuta l’e-goverment è stato calcolato con riferimento agli enti locali, poiché i servizi digitali offerti dalle Amministrazioni pubbliche centrali sono i medesimi per tutto il territorio nazionale. Anche in questo ambito la Basilicata si posizionava al di sotto della media nazionale: secondo i dati della Corte dei Conti, nel 2019 il 75 per cento degli enti territoriali offriva almeno un servizio online ai cittadini e la media dell’offerta di servizi digitali alle imprese attraverso lo Sportello Unico per le Attività Produttive e lo Sportello Unico per l’Edilizia si attestava al 51 per cento, valori entrambi inferiori alla media italiana. Anche riguardo all’avanzamento dei progetti strategici di trasformazione digitale si evidenziano ritardi rispetto al resto del Paese. Alla fine del 2020 infatti l’81 per cento della popolazione regionale risiedeva in comuni che avevano aderito all’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente, a fronte del 92 per cento della media nazionale, e solo un quarto degli enti comunali aveva ricevuto almeno una transazione su PagoPA, meno della metà della media italiana. Inoltre solo il 16 per cento degli enti aveva attivato servizi a cui si poteva accedere online tramite SPID (27 per cento in Italia). L’identità digitale, secondo l’Agenzia per l’Italia digitale, era stata attivata a settembre 2020 dal 17 per cento dei lucani, valore solo di poco inferiore alla media nazionale (18 per cento).

Prima della diffusione dell’emergenza Covid che ha sconvolto il mondo, il tasso di digitalizzazione dell’economia lucana era già elevato. Successivamente allo scoppio della crisi pandemica si è ulteriormente rafforzato questo processo: infatti

 

Ind. 065 Grado di diffusione del personal computer nelle imprese con più di dieci addetti (a) (b)
Imprese (con più di dieci addetti) dei settori industria e servizi che dispongono di personal computer (percentuale)
2017 2018 2019
Abruzzo 99,9 99,2 99,1
Molise 100,0 88,4 97,3
Campania 99,2 100,0 99,5
Puglia 98,0 96,7 94,7
Basilicata 98,3 100,0 100,0
Calabria 100,0 99,4 99,7
 Nord 99,2 99,1 99,4
Centro 98,4 95,5 98,1
 Mezzogiorno 98,8 98,8 98,5
Italia 99,0 98,3 99,0

 

 

Digitalizzazione ed emergenza Covid-19: sfide e opportunità per le imprese

Senza dubbio il ricorso alla digitalizzazione è stata la decisione più diffusa per fronteggiare l’emergenza da Covid-19, con il 70% delle aziende che ha messo in campo più progetti contemporaneamente. Nella maggior parte dei casi (64%) la strategia è stata quella di accelerare immediatamente processi previsti per il prossimo futuro, talvolta con un orizzonte temporale passato da 2 anni a 2 mesi. In alcuni casi andando ad attivare scelte che venivano procrastinate, o non prese, da tempo.

Quello che emerge dallo studio di SAP e Pepe Research è che l’iniezione di innovazione è stata certamente forte, anche se in alcuni casi di livello base, con l’80% degli executive che ha indicato che la pandemia ha dato la giusta spinta alla digitalizzazione. Le principali innovazioni citate dagli intervistati fanno rifermento a ‘strumenti di collaborazione’, videocall come prima citazione e massiccio ricorso a webinar. Non è mancato però il potenziamento – espresso dal 67% delle aziende – di strumenti di digital marketing e e-commerce. Centrale ovviamente l’espansione dello smartworking, talvolta nella forma di ‘home working’. Tra le altre novità citate la dematerializzazione dei contratti e la virtualizzazione di prodotti e servizi.

Ma soprattutto, oltre a ciò che è stato fatto durante l’emergenza, diversi sono i nuovi piani di digitalizzazione in programma per il 69% delle aziende. Secondo i top manager intervistati è avvenuto un vero cambiamento culturale: la rivoluzione si è innescata e non si può arrestare, ciò che prima era accessorio è ora divenuto fondamentale.

La trasformazione digitale offre alle imprese grandi opportunità in termini di maggior efficienza, competitività e crescita e potrebbe averne aumentato la resilienza di fronte alle sfide poste dall’emergenza pandemica . Tuttavia in Italia la rilevanza dei settori delle tecnologie ICT , che producono beni e servizi necessari all’utilizzo delle tecnologie digitali, e il grado di diffusione di queste ultime presso le imprese sono bassi nel confronto internazionale e presentano una marcata eterogeneità territoriale. In base agli ultimi dati disponibili dell’Archivio statistico delle imprese attive, nel 2018 la Basilicata si caratterizzava per un basso livello di specializzazione nella produzione di servizi ICT: nel settore erano impiegati circa il 2,1 per cento degli addetti in regione, contro il 2,9 a livello nazionale. Anche nella manifattura ICT la quota di occupati era inferiore a quella italiana (rispettivamente 0,1 e 0,5 per cento). L’utilizzo dei beni e servizi ICT come input produttivi da parte delle imprese lucane era invece in linea con la media nazionale: in base agli ultimi dati disponibili dell’Istituto Regionale per la Programmazione Economica della Toscana (IRPET), nel 2016 il loro valore in rapporto al PIL era pari in regione al 4,9 per cento, a fronte del 4,4 della media italiana. Attraverso i dati del primo Censimento permanente delle imprese condotto dall’Istat nel 2019 è possibile analizzare il grado di diffusione delle tecnologie digitali tra le imprese. Tali dati, che si riferiscono al triennio 2016-18, evidenziano un livello di adozione delle tecnologie basate su internet e dei servizi cloud da parte delle aziende lucane sostanzialmente in linea con il dato italiano; si registra invece un utilizzo inferiore delle applicazioni di intelligenza artificiale, di software gestionali, di stampanti 3D e di sistemi di sicurezza informatica . Tramite un’analisi shift-share è possibile scomporre il divario fra i tassi di adozione in regione e la media nazionale in una componente strutturale, dovuta alla diversa composizione per settore o per classe dimensionale del tessuto produttivo, e in una componente locale, legata al diverso comportamento delle imprese. L’analisi mostra che la minor diffusione delle tecnologie digitali in Basilicata dipende soprattutto da tassi di adozione inferiori a parità di caratteristiche settoriali o dimensionali delle imprese

 

La digitalizzazione dei servizi finanziari

La digitalizzazione dei servizi finanziari In risposta all’emergenza pandemica si sono modificate le modalità di erogazione dei servizi bancari. Secondo i dati diffusi dall’Eurostat, nonostante il significativo incremento negli ultimi anni, nel 2019 l’Italia figurava tra i paesi dell’Unione europea con il minore ricorso ai servizi di internet banking da parte della popolazione . I divari territoriali sono elevati anche tra le regioni italiane. In Basilicata, la percentuale di persone che ha fatto ricorso ai servizi di internet banking era pari al 30 per cento, un valore superiore rispetto a quello del 2013, ma inferiore a tutte le altre regioni italiane . Il divario è in larga parte riconducibile al minor livello di bancarizzazione della popolazione regionale e, in misura inferiore, al più basso ricorso ai servizi internet dei clienti bancari. Il più diffuso ricorso ai servizi di internet banking è stato possibile grazie alla diffusione degli strumenti per l’accesso telematico ai servizi finanziari. Tra il 2013 e il 2020 il rapporto tra il numero di clienti con contratti di home banking e il numero complessivo di clienti con conti di deposito è notevolmente cresciuto in regione, in misura superiore rispetto al Paese, raggiungendo il 59 per cento (73 per cento in Italia; la dinamica più sostenuta deriva anche dalla minore diffusione dei contratti di home banking nella regione all’inizio del periodo considerato. La crescita ha interessato anche la quota di clienti con servizi di corporate banking. L’utilizzo da parte della clientela dei servizi di internet banking si è peraltro progressivamente intensificato. La quota di bonifici effettuati dalle famiglie per via telematica sul totale è aumentata negli ultimi anni, con un’accelerazione nel primo semestre del 2020 in corrispondenza con la pandemia: nel quarto trimestre del 2020 la percentuale è salita al 76,6 per cento, di poco inferiore a quella nazionale (78,4 per cento; fig. 6.4.b), oltre 9 punti percentuali in più rispetto a un anno prima. Per le imprese la quota di bonifici online, che si collocava su valori sensibilmente più elevati rispetto a quelli delle famiglie, è lievemente aumentata (di oltre 3 punti, all’89,0 per cento). Grazie all’adozione delle innovazioni tecnologiche da parte delle banche e alla rapida diffusione dei dispositivi mobili nell’interazione con la clientela, negli ultimi anni si è ampliata la gamma dei servizi offerti dal sistema bancario attraverso i canali digitali. Come emerge da una specifica indagine sull’offerta digitale, condotta nell’ambito della RBLS, alla fine del 2020 quasi il 65 per cento delle banche prevedeva la possibilità di effettuare pagamenti attraverso dispositivi mobili, modalità che solo pochi anni prima riguardava poco più del 5 per cento degli intermediari operanti in regione (fig. 6.5). Rispetto al 2013 è cresciuta anche la percentuale di banche che offre la possibilità di effettuare online la gestione del risparmio (quasi i tre quarti nel 2020 a fronte di poco meno del 60 per cento nel 2013). La quota di banche che consente alla clientela di accedere da remoto al credito, sebbene in crescita rispetto al 2013, risulta più contenuta. Tale percentuale è più elevata nei rapporti con le famiglie rispetto alle imprese, per le quali continuano a prevalere modalità di interazione più tradizionali.

 

 

Il lavoro agile

Fino al 2019 il ricorso dei lavoratori dipendenti al lavoro agile (smart working) in Italia è stato molto limitato. In seguito all’insorgenza della pandemia la necessità di tutelare la salute dei lavoratori e di proseguire le attività produttive hanno indotto una rapida espansione del lavoro da remoto, incentivato anche da interventi normativi disposti dai decreti emergenziali. Secondo la Rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat, nel periodo del 2020 maggiormente interessato dalla pandemia (tra il secondo e il quarto trimestre) la quota di lavoratori dipendenti lucani del settore non agricolo che ha lavorato almeno in parte da remoto ha raggiunto in media il 13,0 per cento (1,2 nel periodo corrispondente del 2019), una quota inferiore alla media del Paese (14,8 per cento). Il divario è riconducibile al settore privato (7,6 per cento a fronte del 12,1 per cento dell’Italia) ed è attribuibile, almeno in parte, alla minore diffusione sul territorio regionale di imprese di grandi dimensioni, che fanno mediamente maggior ricorso al lavoro agile. L’adozione del lavoro agile è molto differenziata anche rispetto al grado di istruzione: tendono a lavorare in remoto soprattutto i lavoratori dipendenti con un titolo di studio elevato; la quota scende in misura rilevante con il grado di istruzione. Il lavoro agile è stato adottato in misura più intensa dai dirigenti e dai quadri (circa 41 per cento), i quali si connotano per attività che più si prestano a essere svolte a distanza sulla base dell’indice di telelavorabilità potenziale calcolato sulle mansioni ; la quota scende al 23 per cento circa tra gli impiegati; l’utilizzo è stato sostanzialmente nullo tra gli operai. Il 18 per cento circa delle lavoratrici dipendenti lucane ha lavorato da remoto, una quota simile alla media nazionale; tra gli uomini la percentuale è stata inferiore di oltre 8 punti percentuali rispetto alle donne ed è significativamente più contenuta rispetto al dato nazionale (fig. 6.6.b; tav. a6.4). Al maggior ricorso al lavoro agile delle donne ha contribuito la loro maggiore presenza nel settore pubblico, dove l’utilizzo dello smart working è stato agevolato anche dalle disposizioni normative8 . Il fenomeno è stato diffuso, infine, soprattutto tra coloro che hanno un’età più elevata, riflettendo le mansioni svolte e le caratteristiche occupazionali di questi lavoratori.

Indicativo allo studio analizzato è il grado di diffusione di internet nelle imprese:

Ind. 072 Grado di utilizzo di Internet nelle imprese (a) (b) (c)
Addetti delle imprese (con più di dieci addetti) dei settori industria e servizi che utilizzano computer connessi

 a Internet (percentuale)

2018 2019 2020
Abruzzo 38,1 37,5 40,2
Molise 32,2 49,2 41,3
Campania 34,1 36,1 39,6
Puglia 34,1 35,3 38,6
Basilicata 31,6 28,3 38,7
Calabria 39,6 44,5 46,0
 Nord 48,5 51,0 54,5
Centro 54,0 56,0 58,8
 Mezzogiorno 34,4 36,3 39,5
Italia 47,6 49,9 53,2

 

 

L’adozione del lavoro agile è molto differenziata anche rispetto al grado di istruzione: tendono a lavorare in remoto soprattutto i lavoratori dipendenti con un titolo di studio elevato; la quota scende in misura rilevante con il grado di istruzione. Il lavoro agile è stato adottato in misura più intensa dai dirigenti e dai quadri (circa 41 per cento), i quali si connotano per attività che più si prestano a essere svolte a distanza sulla base dell’indice di telelavorabilità potenziale calcolato sulle mansioni ; la quota scende al 23 per cento circa tra gli impiegati; l’utilizzo è stato sostanzialmente nullo tra gli operai (tav. a6.3). Il 18 per cento circa delle lavoratrici dipendenti lucane ha lavorato da remoto, una quota simile alla media nazionale; tra gli uomini la percentuale è stata inferiore di oltre 8 punti percentuali rispetto alle donne ed è significativamente più contenuta rispetto al dato nazionale

. Al maggior ricorso al lavoro agile delle donne ha contribuito la loro maggiore presenza nel settore pubblico, dove l’utilizzo dello smart working è stato agevolato anche dalle disposizioni normative8 . Il fenomeno è stato diffuso, infine, soprattutto tra coloro che hanno un’età più elevata, riflettendo le mansioni svolte e le caratteristiche occupazionali di questi lavoratori (tav. a6.5).

 

 

Smartworking: numeri e dati ISTAT

Dati simili arrivano da una ricerca dell’ISTAT (istituto nazionale di statistica) uscita a giugno: il 90 per cento delle grandi imprese italiane (cioè con più di 250 addetti) e il 73 per cento delle imprese di dimensione media (50-249 addetti) hanno introdotto o esteso lo smart working durante l’emergenza, contro il 37 per cento delle piccole (10-49 addetti) e il 18 per cento delle microimprese (3-9 addetti). Per dare un’idea, a gennaio e febbraio 2019 il personale a distanza era l’1,2 per cento del totale, a marzo aprile era diventato l’8,8 per cento

 

Smartworking: quota stabilita per legge da decreti e DPCM

Causa DPCM e decreti vari la quota del 50 per cento di dipendenti pubblici in smart working è stata già fissata appunto per legge! Per la prima volta con un provvedimento firmato il 20 ottobre dalla ministra del Lavoro Fabiana Dadone. Ma il decreto sollecita le amministrazioni più avanti «per capacità organizzativa e tecnologica» ad assicurare «percentuali più elevate possibili di lavoro agile, garantendo comunque l’accesso, la qualità e l’effettività dei servizi ai cittadini e alle imprese».

DPCM e smartworking: come devono comportarsi i professionisti

Nel Dpcm si raccomanda che le attività professionali «siano attuate anche mediante modalità di lavoro agile; siano incentivate le ferie e i congedi retribuiti per i dipendenti nonché gli altri strumenti previsti dalla contrattazione collettiva; siano assunti protocolli di sicurezza anti-contagio, fermo restando l’obbligo di utilizzare dispositivi di protezione; siano incentivate le operazioni di sanificazione dei luoghi di lavoro».

Smart working e lavoro agile in Italia e in Veneto: le aziende ripensano i propri spazi

Sicuramente il lavoro agile continuerà a far parte delle vite dei dipendenti per molti mesi, ma non si esclude che lo smart working diventi totalizzante nel prossimo futuro, soprattutto se davvero le aziende decideranno di ridurre gli spazi di lavoro. Di fatto però le aziende stanno ripensando i propri spazi lavorativi: diverse stanno utilizzando lo smart sowrking per i propri dipendenti e molte altre invece stanno puntando sull’elaborazione di nuovi spazi, magari scegliendo uffici a tempo.

 

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