LE DISCIPLINE UMANISTICHE, PILASTRO DELL’ATENEO LUCANO

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La storia si fa con i tempi lunghi. Quando nacque l’Ateneo di Basilicata , si alzarono polemiche sul fatto che le facoltà ad indirizzo umanistico avessero la prevalenza e che tutto questo non serviva al territorio che aveva bisogno di scelte diverse. Nei decenni che sono seguiti  si è avuta invece la conferma che l’Università aveva organizzato il suo edificio intorno ad un pilastro solido, punto di riferimento per l’intero territorio.  Adesso, la conferma che arriva dal mercato del lavoro   : le scienze umanistiche costituiscono un valore aggiunto per molte professioni. Non solo l’insegnamento, che pure in questi mesi si sta dimostrando un versante finalmente ricettivo , ma nel management e soprattutto nell’intelligenza artificiale. C’è insomma una predisposizione alla duttilità, una versatilità che nasce dall’uso quotidiano degli strumenti della critica,  della riflessione filosofica, della esperienza storica. Leggiamo dai giornali che per la figura del capo del personale, le più grandi aziende preferiscono laureati in scienze umanistiche, dotati di una predisposizione psicologica che consente loro di relazionarsi con efficacia con la struttura, così come negli altri settori del management ben l’11 per cento di laureati proviene dagli studi umanistici. Quanto all’ICT , cui sembrava negato l’accesso a persone che non fossero ingegneri, si scopre che le industrie del digitale sono tra le più affamate di laureati provenienti da studi  umanistici.  Questo perchè- ci viene spiegato- la formazione di base è completa ed è come un tronco d’albero secolare su cui si possono innestare  tecnicalità diverse come rami nuovi diversificati .

E dunque, come esito di questo sviluppo storico, che cosa fanno, alla fine, gli studi umanistici e che cosa possono fare? Proviamo a dirlo in parole povere:

Obbligano a tener conto della diversità, a interrogarsi di volta in volta su che cosa sia possibile e che cosa sia impossibile quando incontriamo un elemento che non ci è immediatamente perspicuo. Gli studi umanistici insegnano, tra l’altro, proprio a ragionare in un continuo gioco tra analogia e anomalia. Viviamo in società sempre più multi- e interculturali. Venir educati, attraverso le sfide interpretative, alla comprensione minuta, aperta, problematica di quel che è diverso e di quel che è eguale (e di quel che sembra eguale ma è diverso, e viceversa) non servirà forse a qualcosa? e imparare a comprendere le radici ma anche i continui mutamenti e mescolamenti delle culture, magari seguendo l’evolversi di una tradizione attraverso diverse recensioni, non sarà in qualche modo istruttivo?

Insomma , se parliamo di collegare l’Università al territorio, c’è un  settore dell’Ateneo che è già fortemente innervata nel tessuto sociale. culturale ed economico di questa regione, con  facoltà che guardano  alle potenzialità dell’archeologia, a quelle inesplorate dei beni artistici e culturali, alla formazione dei docenti delle primarie , che è il futuro della scuola italiana, alla conoscenza della multiculturalità di questa regione , prodotto dal susseguirsi di insediamenti di popolo che hanno prodotto usi, costumi, linguaggi e hanno rappresentato un crogiuolo unico di mentalità e di storie diverse. Quando difendiamo con i denti un Centro internazionale di dialettologia, che è stato capace di meravigliare positivamente gli studiosi di mezza Europa, diciamo a chi deve sentire ed è sordo e a chi deve agire ed è distratto che non è vero che con la cultura non si mangia e che essa, la cultura, è tutt’uno con il futuro dei nostri giovani.

Rocco Rosa

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