Luca Bianchi: il recovery e lo sviluppo del Sud

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Cambia la struttura del Recovery fund. Il nuovo accordo prevede 390 miliardi di euro stanziati per i trasferimenti diretti e 360 miliardi circa messi sul piatto come prestiti da restituire in tempi lunghissimi e a tassi di interesse bassissimi.

La buona notizia per l’Italia è che, nonostante i 50 miliardi in meno alla voce aiuti non rimborsabili, a Roma spettano 209 miliardi contro i 173 previsti in un primo momento.

Come sono divisi questi 209 miliardi? 81 e mezzo circa arrivano come fondi diretti, sussidi, 127 come prestiti. Alla fine scendono di poco i trasferimenti diretti ma salgono considerevolmente i prestiti a disposizione di Roma. 

Luca Bianchi è economista e tra i massimi esperti di sviluppo territoriale. Da marzo 2018 è direttore generale della Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. 

Che idea vi siete fatti allo Svimez del piano?

La prima bozza era assolutamente insoddisfacente, troppo sbilanciata sugli incentivi che pesavano per oltre il 40%, e priva di una chiara priorità per gli investimenti volti a ridurre il divario nell’offerta di servizi (istruzione, sanità, mobilità) tra le diverse aree del Paese. La nuova versione è sicuramente più equilibrata nella ripartizione delle risorse tra le missioni e questo è decisivo anche per il Sud: gli investimenti nel Mezzogiorno non possono essere allocati attraverso quote, come le quote rosa.

 In che senso?

Conta più orientare i soldi su una strategia nazionale volta a ridurre le disuguaglianze e a mobilitare le risorse inutilizzare piuttosto che rivendicare “a prescindere” quote destinate al Sud. Nella storia del nostro Paese le quote non sono peraltro state mai rispettate. 

Il governo conta molto sul fatto che il 50% dei 222 miliardi andranno al sud. Non è da considerarde un dato significativo?

Sì, ma rischia di essere una vittoria di Pirro se non crei le condizioni per spendere tali risorse. Solo ex post si potrà verificare se saranno arrivati questi soldi. A oggi non abbiamo elementi per desumere che al Sud arriveranno il 50% delle risorse. L’allocazione territoriale ex ante è difficile da fare: si può fare ad esempio sugli investimenti, che è un bene siano aumentati, ma molto meno sugli incentivi che dipendono dalla capacità di assorbimento dei territori. E poi ragionare per quote ripropone dinamiche inutili se non dannose. 

Quali?

Se si ragiona per quote si finisce nella solita contrapposizione tra rivendicazionisti del Nord e del Sud. Così si riduce tutto a una grande battaglia sugli stanziamenti, ma sono vent’anni che il Sud vince la battaglia degli stanziamenti e perde invece sistematicamente quella della spesa e dell’attuazione per la debolezza del disegno della politica nazionale che ha lasciato spazio all’intermediazione impropria della politica locale. Al posto delle quote servono dei target nazionali chiari e ben identificabili. Ad esempio: voglio raggiungere il 60% del tempo pieno in tutta Italia. A chi è più indietro dai più soldi per arrivare al risultato invece di mettere soldi ex ante che poi non vengono spesi.

Cosa cambia tra target e quote?

Il target genera un investimento aggiuntivo nel Sud perché puoi quantificare un divario rispetto a un obiettivo. In questo modo si può fare una politica di riequilibrio dei diritti di cittadinanza. Vanno rafforzati nel Recovery target chiari e verificabili, ad esempio sull’offerta di tempo pieno nelle scuole elementari o sul numero dei posti letto in terapia intensiva.

I soldi per il sud nel recovery plan sono trasversali: vanno dall’alta velocità al green. Bastano?

Sicuramente c’è finalmente una maggiore attenzione al Mezzogiorno e il coordinamento che prima mancava con le politiche di coesione. Questo ha reso possibile un investimento maggiore sulla sanità, così come sulla scuola e sulla ricerca. E poi è stato introdotto un riferimento ai porti del Sud, che nelle prime bozze non c’era. Si può dire che sono stati introdotti miglioramenti che erano imprescindibili, ma ci sono anche alcune cose da potenziare. 

Quali?

Le linee guida europee hanno chiaramente indicato le priorità: la riduzione delle diseguaglianze, il green, il digitale. Sono gli aspetti sui cui il Mezzogiorno si gioca i prossimi anni. Pensiamo al green: oggi al Sud di produce oltre il 50% delle energie rinnovabili di tutto il Paese: Il Sud inoltre gode di vantaggi localizzativi per investimenti green, anche in un’ottica di valorizzazione della sua collocazione strategica nel bacino del Mediterraneo. Bisognerebbe concentrare in queste aree definire i nuovi grandi progetti di riconversione green delle aree industriali. E poi è debole la parte sulla logistica. In cosa rintraccia questa debolezza?

Nella prima versione del piano si citavano solo i porti del Nord. Ora si citano anche quelli del Sud ma con una prospettiva prevalente sul turismo, quando invece le potenzialità dipendono da investimenti per l’efficientamento delle catene logistiche a servizio delle filiere produttive e distributive.  

Il recovery plan andrà ancora dettagliato ma la distribuzione delle risorse e l’individuazione delle missioni permettono di fare le prime stime sulle ripercussioni che avranno sull’economia del luogo. In quanto è stimabile il beneficio per il sud?

Dalle nostre simulazioni fatte su una parte del piano, quella dei circa 70 miliardi di sovvenzioni dirette, si evince che se al Sud andranno il 50% delle risorse allora la crescita cumulata del Pil aggiuntiva può essere del 5,8% a fronte del 3,9% del Centro-Nord. Se invece il riparto delle risorse seguisse il criterio storico, cioè quel 22% di risorse che oggi va al Sud, il tasso di crescita aggiuntiva sarebbe appena del 2,7 per cento. E poi c’è un altro elemento importante. 

Quale?

Se al Sud arriveranno il 50% delle risorse non si avrebbe solo più crescita nel Mezzogiorno, ma la crescita di tutto il Paese sarebbe di mezzo punto più alta all’anno. E questo perché al Sud il moltiplicatore degli investimenti è più alto. 

Al sud arriveranno tantissimi soldi, qualche miglioramento sul fronte della spesa dei fondi europei c’è stato ma il trend resta negativo. Perché questa volta i soldi dovrebbero essere spesi bene e rapidamente? 

Il Sud potrà vincere la sfida della spesa solo se si identifica un nuovo modello di governance e questo è un punto essenziale ma assente nell’ultima versione del piano. Serve necessariamente una governance diversa rispetto ad oggi, prendendo anche spunto dall’innovazione di metodo sperimentata nella pandemia con la riprogrammazione delle risorse della coesione per far fronte all’emergenza, concentrando gli interventi e rafforzando il presidio nazionale. 

Come si cambia governance?

Bisogna accompagnare gli investimenti con le riforme, a iniziare da quella della pubblica amministrazione. E poi servono regole nuove e semplificate perché quelle attuali non rendono possibile spendere le risorse disponibili per il Sud. Per questo l’ipotesi di una task force è da esplorare con la massima attenzione senza contrapporla all’esigenza di rafforzare le strutture tecniche delle amministrazioni pubbliche, a partire dai Comuni. Ricordiamo che la ricostruzione post bellica con il piano Marshall partì dalla costituzione di una struttura straordinaria per l’accelerazione della spesa che si chiamava Cassa per il Mezzogiorno. Non serve una riproposizione del passato, ma una riflessione su una struttura ad hoc è fondamentale. 

La Moratti proporne di legare il numetro di vaccini da distribuire al Pil. Lei cosa ne pensa ?

La dichiarazione scomposta della Moratti purtroppo è in linea con un dibattito più che decennale, che partendo dal residuo fiscale propone la territorializzazione delle imposte e di conseguenza dei diritti, secondo il principio: più reddito, più tasse, più servizi. Mettendo in discussione i principi di eguaglianza e solidarietà, nella convinzione, smentita dai dati e in contraddizione con le stesse indicazioni della nuova Europa, che occorre concentrare risorse e servizi nelle aree più forti e non sulla base dei fabbisogni, per far crescere il Paese. Questo principio è passato nella larga parte della classe dirigente del Nord, non è un fenomeno isolato 

Non vede un salto di qualità nella discussione?

Insisto: non è un fenomeno isolato alla cultura liberista e sovranista. È solamente la degenerazione di una visione molto diffusa. Anche lo stesso Boeri (l’ex presidente dell’Inps ndr) che oggi critica la Moratti in passato proponeva prioritariamente non investimenti ma le gabbie salariali per affrontare i problemi del Mezzogiorno. Lo stesso sindaco di Milano Beppe Sala, che ha criticato la Moratti, ad agosto riteneva ingiusto che un’insegnante che lavora a Scampia guadagni quanto una che lavora a Milano. Sono tutti pezzi di una narrazione che parte dall’assunto che l’interesse nazionale coincide con l’esigenza di rafforzare le aree forti del Paese. È lo stesso ragionamento dell’autonomia differenziata rispetto a cui non c’è stata una levata di scudi. Quasi tutti dissero sì, anche un bel pezzo del centrosinistra.

 

Fonte: http://lnx.svimez.info/svimez/wp-content/uploads/2021/01/Huffington-Post.pdf

 

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