MIGRANTI… ANCHE LUCANI E RICAMBIO GENERAZIONALE

0

Il 2019 si è caratterizzato per un andamento costante, seppur in lieve crescita, delle migrazioni internazionali registrando in totale 271.642.105 migranti internazionali. L’Europa e l’Asia si confermano i continenti più interessati da questa mobilità, considerando che nel 2019 hanno ospitato rispettivamente circa 82 e 84 milioni di migranti, pari al 61% del totale mondiale. Quasi i due terzi dei migranti risiedono in Paesi ad alto reddito (circa 176 milioni), mentre 82 milioni in Paesi a medio reddito e i restanti 13 milioni nei Paesi a basso reddito.

L’Europa e l’Asia si confermano i continenti più interessati da questa mobilità, considerando che nel 2019 hanno ospitato rispettivamente circa 82 e 84 milioni di migranti, pari al 61% del totale mondiale. Quasi i due terzi dei migranti risiedono in Paesi ad alto reddito (circa 176 milioni), mentre 82 milioni in Paesi a medio reddito e i restanti 13 milioni nei Paesi a basso reddito.

Tabella 1. Migranti internazionali 1970–2019.
Anno  Numero di Migranti Percentuale sulla popolazione mondiale
1970 84,460,125  2.3%
1975 90,368,010  2.2%
1980 101,983,149 2.3%
1985 113,206,691 2.3%
1990 153,011,473 2.9%
1995 161,316,895 2.8%
2000 173,588,441 2.8%
2005 191,615,574 2.9%
2010 220,781,909 3.2%
2015 248,861,296 3.4%
2019 271,642,105  3.5%

 

Come evidenziato dal World Migration Report dell’IOM, la stragrande maggioranza delle persone (circa 200 milioni) migra per motivi legati soprattutto al lavoro, alla famiglia e allo studio. Si tratta di una mobilità relativamente a basso impatto sia per i Paesi invianti che riceventi. Esiste però anche un tipo di mobilità causata da ben altre motivazioni che possono essere gravi e talvolta tragiche come le persecuzioni, i conflitti ed i disastri. Tutti questi sfollati, pur rappresentando una percentuale piuttosto bassa della totalità dei migranti ( si stima un 29%) sono, alla fine, i più bisognosi di assistenza e di tutela. Paesi come la Siria, devastati da conflitti o anche lo Yemen, la Repubblica Centrafricana, la Repubblica Democratica del Congo e il Sud Sudan sono sempre più i principali punti di partenza da cui si muove una moltitudine di disperati. I due terzi di tutti i migranti internazionali vivono in soli 20 paesi. Il maggior numero di migranti internazionali (51 milioni) risiede negli Stati Uniti, seguiti dalla Germania e dall’Arabia Saudita che ospitano rispettivamente circa 13 milioni di migranti. Seguono la Federazione russa, con il 4,3% del totale mondiale, e il Regno Unito con il 3,5%. I primi cinque paesi ospitano oltre un terzo (36,1%) dello stock mondiale di migranti.

 

 

 

 

 

Tabella 2. I primi 10 Paesi per numero di migranti internazionali, 2019
Numero di migranti (mln) Quota del totale (%) Popolazione residente (milioni) Incidenza sulla popolazione (%)
Stati Uniti 50,7 18,6 329 12,8
Germania 13,1 4,8 83,5 21,3
Arabia Saudita 13,1 4,8 34,3 30
Russia 11,6 4,3 145,9 10,4
Gran Bretagna 9,6 3,5 67,5 13,1
Emirati Arabi Uniti 8,6 3,2 9,8 7
Francia 8,3 3,1 65,1 0,4
Canada 8 2,9 77,4 14,3
Australia 7,5 2,8 25,2 7,2
Italia 6,3 2,3 60,5 19,9

 

 

 

 

 

 

I lucani partiti nel 2019 verso residenze straniere rappresentano lo 0,8% a livello nazionale. Il dato sembrerebbe sottintendere che, per noi lucani, la quota di migranti sia piuttosto contenuta. La questione appare diversa se si tiene conto non semplicemente del fattore numerico ma anche della tipologia dei migranti che decidono di andar via. La questione, a questo punto, diventa inquietante se si tiene in considerazione il fatto che, l’abbandono dei propri luoghi di origine, non rappresenta semplicemente un fattore rilevante da un punto di vista numerico ma anche e soprattutto in relazione all’impoverimento culturale che ne consegue.

Le migrazioni costituiscono da sempre un tratto identitario del continente europeo. Eppure, negli ultimi anni, ad un aumento della mobilità umana non ha corrisposto una reale volontà di gestire il fenomeno in modo coeso fra i vari Stati. L’approccio nazionale sta prevalendo su qualsiasi sforzo di condividere una sfida che può essere vinta solo con il contributo di tutti. Purtroppo, nel volgere di poco tempo, abbiamo visto costruire muri tra un Paese europeo ed un altro, chiudere confini all’interno dell’Unione Europea, esternalizzare le frontiere.

Sarebbe auspicabile e risolutore di problematiche che, certa politica, cavalca pur di riscuotere successo cercare di ridisegnare un’Europa delle genti dove nessuno possa rimanere indietro perché straniero, cercare di implementare programmi politici nuovi, capaci di rispondere alle diffuse preoccupazioni collegate al fenomeno migratorio, al fine di ricostruire una rappresentazione basata su verità, realtà e valori riconoscibili ed universali riuscire a pianificare politiche in grado di riconoscere la significativa dipendenza delle nostre economie dal lavoro dei migranti, sempre più necessario per contrastare il declino della forza lavoro interna e provvedere a promuovere processi di integrazione socio-economica di più ampio respiro, per superare l’isolamento delle fasce più sfavorite e vulnerabili della popolazione migrante. In definitiva sarebbe necessario sostenere il rispetto dei diritti del lavoratore migrante attraverso norme sul lavoro dignitoso, la sicurezza sul lavoro e la protezione sanitaria.

In Italia gli ultimi dati sulla situazione demografica diffusi dall’Istat confermano le tendenze in atto da alcuni anni: progressiva diminuzione della popolazione residente, in particolare nelle regioni del Mezzogiorno; aumento del divario tra nascite e decessi; stagnazione della fecondità a livelli molto bassi; aumento dell’incidenza della popolazione anziana e diminuzione di quella giovane, con il relativo ulteriore innalzamento dell’età media; saldo migratorio con l’estero positivo, anche se in diminuzione; aumento della popolazione residente straniera, sia in termini assoluti che relativi. Al 31 dicembre 2019 la popolazione residente ammontava a 60.244.639 persone (-0,3% rispetto all’inizio dell’anno). I cittadini stranieri sono risultati 5.306.548 (8,8% del totale), in crescita di 47 mila unità rispetto a un anno prima (+0,9%): il 57,8% risiede nel Nord, il 25,3% nel Centro e il 16,9% nel Mezzogiorno. La diminuzione della popolazione residente totale è dovuta al bilancio negativo della dinamica naturale (nascite-decessi), risultata nel 2019 pari a -214 mila unità, solo parzialmente compensata da un saldo migratorio con l’estero positivo (+152 mila). Il calo della popolazione complessiva è generalizzato, ma si concentra prevalentemente nelle regioni del Sud (-0,63%) e nelle Isole (-0,70%), sia a causa della dinamica naturale sia delle migrazioni interne. Il fenomeno si registra anche nel Centro, sebbene in misura sensibilmente inferiore e comunque in linea con la media nazionale (-0,3%), mentre nelle regioni settentrionali il calo è estremamente contenuto (-0,06% nel Nord-Ovest e -0,03% nel Nord-Est). Considerando le regioni, «il primato negativo in termini di perdita di popolazione è del Molise (-1,14%), seguito da Calabria (-0,99%) e Basilicata (-0,97%). All’opposto, incrementi di popolazione si osservano nelle province di Bolzano e Trento (rispettivamente +0,30% e +0,27%), in Lombardia (+0,16%) ed Emilia-Romagna (+0,09%)».

Il deficit di nascite rispetto ai decessi è totalmente dovuto alla popolazione di cittadinanza italiana (-270 mila), mentre per la popolazione straniera il saldo naturale resta ampiamente positivo (+55.5 10). Al 31 dicembre 2019 gli italiani residenti sono arrivati a 54 milioni 938 mila, 236 mila in meno rispetto alla stessa data dell’anno precedente (-0,4%) e 844 mila in meno in cinque anni. Salvo il Trentino-Alto Adige, il processo di riduzione della popolazione con cittadinanza italiana interessa tutte le regioni, soprattutto quelle demograficamente depresse o a più forte invecchiamento, come Basilicata, Molise e Calabria nel Mezzogiorno, ma anche regioni nel Nord, come la Liguria.

In questa situazione va sottolineato il rilevante contributo alla natalità fornito dalle donne immigrate. Circa un quinto delle nascite avvenute in Italia nel 2019 è infatti dovuto a loro (85 mila in totale). Dei nuovi nati, 63 mila sono stati concepiti con partner straniero, incrementando quindi il numero dei residenti con cittadinanza straniera. Circa 8 mila nati da donne italiane sono stati invece generati con un partner straniero. Inoltre il Tasso di Fecondità Totale (TFT), conosciuto anche come “numero medio di fi gli per donna”, in Italia è stimato intorno alla cifra di 1,29 figli per donna (quando il livello  necessario per assicurare il ricambio delle generazioni è di 2,1). Tale dato nasconde, comunque, un differente contributo delle donne straniere rispetto a quelle italiane. Mentre, infatti, per queste ultime il numero medio di figli si ferma a quota 1,22, le donne straniere contribuiscono in maniera più significativa al ricambio generazionale attestandosi su una media leggermente più elevata che è di 1,89 nel 2019  in calo rispetto al 2018 quando era di 1,94). Detto in altri termini, il comportamento riproduttivo delle donne straniere è stato nel 2019 ancora molto vicino al livello necessario per il ricambio delle generazioni (anche se progressivamente diminuito dal 2006, quando era stato addirittura 2,92), mentre quello delle donne italiane è ormai da molto tempo largamente insufficiente rispetto a tale livello. L’Istat sottolinea che «senza il contributo fornito dagli stranieri, che attenua il declino naturale della popolazione residente in Italia, si raggiungerebbero deficit di sostituzione ancora più drammatici». In alcune zone il peso percentuale delle nascite di bambini stranieri sul totale dei nati è molto consistente, in particolare dove la presenza straniera è più diffusa e radicata (21,1% nel Nord-Ovest e 21,2% nel Nord-Est). Il valore massimo si registra in Emilia-Romagna, dove un quarto dei nati è straniero (25,0%), mentre all’estremo opposto c’è la Sardegna (solo il 4,3%).

Complessivamente, negli ultimi cinque anni i “nuovi cittadini italiani” sono stati oltre 766 mila, «valore di poco inferiore alla perdita di popolazione di cittadinanza italiana negli stessi anni. Senza questo apporto, il calo degli italiani sarebbe stato intorno a 1 milione e 600 mila unità». Va inoltre sottolineato come, dopo la flessione registrata nei due anni precedenti, nel 2019 siano aumentati i cittadini divenuti italiani per acquisizione della cittadinanza (127 mila, 24 ogni mille stranieri, +13% rispetto al 2018). Da qui al 2065 sono stati elaborati, in termini probabilistici, 3 scenari possibili riguardo alla distribuzione della popolazione straniera residente in Italia. Secondo le ultime previsioni, nello scenario “mediano” la popolazione residente continuerà a diminuire lievemente nei primi anni del periodo considerato, scendendo a 60,5 milioni nel 2025, con un tasso di variazione medio annuo pari al -0,1 per mille. La diminuzione della popolazione sarà più consistente nel medio periodo, arrivando a 59,0 milioni nel 2045 (tasso di variazione medio annuo: -1,5 per mille). Ma le conseguenze della dinamica demografica prevista diventano più importanti nel lungo periodo, perché tra il 2045 e il 2065 la popolazione diminuirebbe di ulteriori 4,9 milioni scendendo fino a 54,1 milioni, con una riduzione media annua del 4,3 per mille. Considerando quindi gli intervalli di confidenza, nel 2025 la popolazione residente oscillerà con il 90% di probabilità tra 60 e 61,1 milioni, con lo stesso livello di probabilità nel 2045 sarà compresa tra 55,3 e 62,9 milioni e nel 2065 tra 46,4 e 62 milioni di residenti. Quindi, «se nella condizione meno favorevole la popolazione può subire una perdita di 14,2 milioni tra il 2017 e il 2065, nell’altra non è nemmeno esclusa l’ipotesi di un suo possibile incremento, sebbene di non eccessiva entità (+1,4 milioni). Considerando lo scenario mediano, nel Mezzogiorno la popolazione residente continuerà a diminuire per tutto il periodo di previsione, mentre nel Centro-Nord si registrerà un progressivo declino solo a partire dal 2045, dopo lungo periodo di bilancio demografi co positivo. La probabilità che nel 2065 la popolazione del Centro-Nord sia più numerosa rispetto ad oggi rimane comunque superiore al 30%, mentre per il Mezzogiorno è nulla. Secondo le previsioni Istat è quindi molto probabile che nei prossimi decenni si registri un ulteriore progressivo spostamento del peso della popolazione dal Mezzogiorno al Centro-Nord del Paese. L’età media della popolazione passerà dai 44,9 anni del 2017 a oltre 50 anni nel 2065. Considerando che comunque l’intervallo di confidenza finale varia tra 47,9 e 52,7 anni, il processo di invecchiamento della popolazione nel periodo considerato viene ritenuto dall’Istat “certo e intenso”. Nello scenario mediano è stato previsto un numero annuo di immigrati dall’estero gradualmente discendente, da 337 mila nel 2017 a 324 mila nel 2025 e 288 mila nel 2045, fino a 271 mila nel 2065. Secondo tale ipotesi, nell’intervallo temporale fino al 2065 arriveranno quindi complessivamente in Italia 14,6 milioni di immigrati. Nello stesso periodo si prevede che gli emigrati per l’estero saranno 6,6 milioni. Il saldo migratorio annuo con l’estero «basato sullo scenario mediano è, pertanto, ampiamente positivo: da un valore iniziale di +184 mila unità nel 2017 si scende a +171 mila nel 2035, cui segue una continua e regolare flessione che riconduce tale indicatore al livello di +139 mila nel 2065». Le ipotesi formulate dagli esperti prevedono saldi migratori con l’estero positivi per tutte le ripartizioni geografi che, in modo particolare nel Centro-Nord, ma anche nel Mezzogiorno. Le migrazioni internazionali sono comunque governate da una parte da normative suscettibili di modifiche, dall’altra da fattori socio-economici interni ed esterni al Paese di non facile interpretazione e previsione. Ne consegue che l’attendibilità delle previsioni è fortemente condizionata dalle contingenze che favoriscono o meno l’aumento dei flussi migratori.

La distribuzione territoriale conferma la storica prevalenza di inserimento nel Nord (57,8%), in particolare nel Nord-Ovest che da solo raccoglie il 33,8% dei cittadini stranieri residenti; seguono il Centro, il Sud e le Isole. Confermata anche la graduatoria delle cinque regioni che registrano la presenza più rilevante di cittadini stranieri: su tutte la Lombardia (22,7% del totale), seguita dal Lazio (12,9%), dall’Emilia-Romagna (10,5%), dal Veneto (9,5%) e dal Piemonte (8,1%). La crescita maggiore, dallo scorso anno, è registrata dall’Emilia-Romagna (+2%, contro un aumento medio nazionale dello +0,9%), e, in misura lievemente più contenuta, dalla Lombardia (+1,7%). Al di sotto dell’incremento medio nazionale si colloca invece il Lazio (appena +0,2%); mentre alcune regioni, in particolare del Sud, segnano un cospicuo decremento: si tratta del Molise (-4,5%), della Calabria (-2,3%) e dell’Abruzzo (-1,5%). Confermata anche la graduatoria delle cinque regioni che registrano la presenza più rilevante di cittadini stranieri: su tutte la Lombardia (22,7% del totale), seguita dal Lazio (12,9%), dall’Emilia-Romagna (10,5%), dal Veneto (9,5%) e dal Piemonte (8,1%). La crescita maggiore, dallo scorso anno, è registrata dall’Emilia-Romagna (+2%, contro un aumento medio nazionale dello +0,9%), e, in misura lievemente più contenuta, dalla Lombardia (+1,7%). Al di sotto dell’incremento medio nazionale si colloca invece il Lazio (appena +0,2%); mentre alcune regioni, in particolare del Sud, segnano un cospicuo decremento: si tratta del Molise (-4,5%), della Calabria (-2,3%) e dell’Abruzzo (-1,5%). C’è da notare che, mentre le residenze comprendono tutti i cittadini stranieri iscritti alle anagrafi italiane, comunitari e non, i permessi di soggiorno si riferiscono unicamente ai cittadini extraeuropei, i quali per soggiornare regolarmente sul territorio italiano necessitano di un titolo legalmente valido. I permessi di soggiorno validi al 1° gennaio 2020 sono, dunque, 3.438.707, il 61,2% dei quali è stato rilasciato nel Nord Italia (in particolare il 36,1% nel Nord-Ovest e il 25,1% nel Nord-Est), il 24,2% nel Centro, il 10,8% nel Sud e il 3,9% nelle Isole. L’incidenza del numero dei cittadini stranieri è maggiore rispetto a quella nel centro e nel sud dove, anche lì, hanno ottenuto un permesso di soggiorno valido. Il quadro delle nazionalità dei titolari di permesso di soggiorno, che ripetiamo, non contempla i cittadini comunitari, vede prevalere il Marocco, con poco meno di 400 mila titolari di permesso di soggiorno, pari all’11,6% del totale nazionale, staccato di poco dall’Albania (389.968, 11,3%). Terza la Cina (8,4%), seguita da Ucraina (6,6%) e India (4,6%). Fra le prime dieci cittadinanze troviamo poi le Filippine e il Bangladesh (con valori intorno al 4%), e poco al di sotto l’Egitto, il Pakistan e la Moldavia (tutte fra il 3,8% e il 3,3%). I motivi delle migrazioni sono riconducibili alle motivazioni:

  1. legate alla famiglia: Nella voce sono stati sommati tutti quelli che hanno dato vita a ricongiungimenti o riunificazioni familiari, anche quelli nei quali la richiesta è stata fatta da un titolare di status di rifugiato o di protezione sussidiaria, così come i casi nei quali la paternità/maternità di un minore italiano consente il rilascio del permesso del soggiorno in favore del genitore di nazionalità extra-UE
  2. legate a motivi di lavoro: che raggiungono il 41,6% del totale e nella quale sono stati sommati i rilasci collegati al lavoro subordinato (che da solo rappresenta il 34,5% del totale nazionale), al lavoro autonomo (6,2%), stagionale (0,1%) e ad una serie di altre tipologie minoritarie ma unite dalla fi nalità lavorativa, ovvero i permessi rilasciati per attività e professioni specifi che (come quelle fuori quota di cui abbiamo già parlato nel paragrafo sui visti: artisti, dirigenti, personale distaccato, ecc.), i permessi per attesa occupazione (anche dopo il licenziamento), ovvero quelli rilasciati in attesa di perfezionamento della pratica lavorativa.
  3. collegati all’asilo, che totalizzano il 5,7% del totale, accorpando in essa non solo i titolari dello status di rifugiato o di protezione sussidiaria, ma anche i richiedenti la protezione internazionale (compresi quelli il cui titolo abilita allo svolgimento di attività lavorativa), ovvero i titolari di protezione umanitaria, fra cui ancora le residue quote dei permessi rilasciati ai sensi dell’emergenza Nord Africa del 2011.
  4. permessi per studio e ricerca, che rappresentano l’1,5% del totale, ricomprendo sia i titoli rilasciati dall’estero per iscrizione a corsi di studio universitario e post-universitario in Italia (ad esempio, ricerca scientifica), che i permessi di soggiorno rilasciati a cittadini stranieri già soggiornanti in Italia ad altro titolo
  5. permessi di soggiorno rilasciati ai minori non accompagnati, quali quelli per affi damento, minore età o per integrazione minore, che arrivano a sfi orare il tetto dei 18 mila permessi rilasciati (pari allo 0,5% del totale nazionale).

Fonte: www. Caritas.it

www.istat.it

 

 

Share.

About Author


Leave A Reply