SE L’UNIVERSITA’ SI ALLEA CON LA GRANDE IMPRESA

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Chi va a dare un’occhiata ai dati del Miur sulla dinamica universitaria, cioè sulle scelte e sugli spostamenti degli studenti, trova la conferma di un movimento che da almeno quindici anni va da Sud al Nord e che, se prima era considerato solo un fenomeno riservato ai giovani abbienti oggi si è esteso anche a quelli che abbienti non sono e che per andare fuori, o mandare i figli fuori, deve farsi i debiti. La spiegazione è che la cronica debolezza della offerta di lavoro al Sud, convince i giovani ad anticipare di quattro, cinque anni  quello che comunque devono fare dopo , da laureati. Allora tanto vale farsi le ossa lì dove poi , uscita dalla porta dell’Università, entri non nell’ufficio di disoccupazione ma in qualche azienda, in qualche ente o in qualche studio.  Che cosa comporta una perdita così rilevante di giovani, ce lo dicono tutti i giorni i centri studi, i sindacati e i politici dell’eopposizione cui questi dati servono per dire che bisogna cambiare registro, salvo poi che, diventati politici di governo, quegli stessi dati saranno usati contro di loro, continuatori di una cronica incapacità di trovare il vero modo per mettere in piedi le regioni del Sud. Senza voler scrutare lo scibile delle politiche di sviluppo meridionalistiche, vorrei soffermare l’attenzione su come abbassare l’entità di questo fenomeno emigratorio, legandolo a due soluzioni: il miglioramento formativo degli studi universitari del Sud  e il collegamento con le grandi aziende trainanti lo sviluppo, nei settori della ricerca, dell’innovazione di processo e di prodotto,dell’automazione e della robotica. Questi due aspetti in realtà sono legati: lì dove c’è la domanda, l’università si attrezza per offrire risposte, lì dove la domanda non c’è bisogna crearla con politiche economiche e di incentivazione imprenditoriale ed industriale che mettano la formazione tra le convenienze allocative. In altre parole l’incentivazione alle localizzazioni deve essere rivolta verso i grandi gruppi (alimentari, meccanici, chimici) che offrano ai giovani la possibilità di studiare a casa perchè, in quei settori, è a casa che potranno trovare lavoro. Questo significa una incentivazione che non va agli imprenditori fai da tè, ma a quelli che vengono per fare sistema, per organizzare filiere, per spostare produzioni in luoghi dove è facile operare. Chi vuole una riprova di queste osservazioni, più che asserzioni, può dare una occhiata ai tanti ragazzi , molti dei quali figli di imprenditori agrari, che studiano a Potenza perchè il territorio dal quale provengono ha favorito e favorisce la presenza di una facoltà di agraria, come strumento di accompagnamento dello sviluppo.  Una vera classe politica tornerebbe non alle partecipazioni statali, ma alle politiche nazionali di creazione dei distretti, con allocazione non di singole aziende, ma di sistemi di filiera capaci di dare risposte al Sud e di trovare risposte a Sud.  Si calcola che con l’emigrazione dei giovani il Sud perde in termini di PIL lo 0,4 ogni anno e il Sud ha perso, in termini di minori servizi e di minore consumo, qualcosa come 3 miliardi. Ecco se ci fosse una politica, si ripartirebbe da questo triangolo Scuola-Formazione-Lavoro, dove, anzichè spendere i soldi per mantenere disoccupati in casa, li si spendono per farli uscire di casa ed andare al lavoro sul territorio. Sono sforzi enormi da fare, ma è il solo modo per invertire la tendenza verso il declino.

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